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capitale periferia


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Gigante Pasolini

pasolini problemi non si risolvono

Ricordare Pier Paolo Pasolini, a quarant’anni dalla sua morte, è per noi di fondamentale importanza: nelle sue multiformi espressioni intellettuali e artistiche ci ha permesso di alimentare quell’atteggiamento ironico, dissacrante e allo stesso tempo appassionato, che accompagna il nostro modo di intendere la cultura, l’informazione e la conoscenza.
Per questo motivo lo omaggiamo con il video dell’attore Pierluigi Gigante che, durante l’iniziativa “Direzione periferia” ha letto e interpretato due poesie di Pasolini: Il canto popolare e  un estratto da Le ceneri di Gramsci.
Buona visione e buona lettura.

pierluigi gigante legge pasolini salerno oi ne

Clicca sull’immagine per guardare il video!

Il canto popolare (1952-1953)
Pier Paolo Pasolini

Improvviso il mille novecento
cinquanta due passa sull’Italia:
solo il popolo ne ha un sentimento
vero: mai tolto al tempo, non l’abbaglia
la modernità, benché sempre il più
moderno sia esso, il popolo, spanto
in borghi, in rioni, con gioventù
sempre nuove – nuove al vecchio canto –
a ripetere ingenuo quello che fu.

Scotta il primo sole dolce dell’anno
sopra i portici delle cittadine
di provincia, sui paesi che sanno
ancora di nevi, sulle appenniniche
greggi: nelle vetrine dei capoluoghi
i nuovi colori delle tele, i nuovi
vestiti come in limpidi roghi
dicono quanto oggi si rinnovi
il mondo, che diverse gioie sfoghi…

Ah, noi che viviamo in una sola
generazione ogni generazione
vissuta qui, in queste terre ora
umiliate, non abbiamo nozione
vera di chi è partecipe alla storia
solo per orale, magica esperienza;
e vive puro, non oltre la memoria
della generazione in cui presenza
della vita è la sua vita perentoria.

Nella vita che è vita perché assunta
nella nostra ragione e costruita
per il nostro passaggio – e ora giunta
a essere altra, oltre il nostro accanito
difenderla – aspetta – cantando supino,
accampato nei nostri quartieri
a lui sconosciuti, e pronto fino
dalle più fresche e inanimate ère –
il popolo: muta in lui l’uomo il destino.

E se ci rivolgiamo a quel passato
ch’è nostro privilegio, altre fiumane
di popolo ecco cantare: recuperato
è il nostro moto fin dalle cristiane
origini, ma resta indietro, immobile,
quel canto. Si ripete uguale.
Nelle sere non più torce ma globi
di luce, e la periferia non pare
altra, non altri i ragazzi nuovi…

Tra gli orti cupi, al pigro solicello
Adalbertos komis kurtis!, i ragazzini
d’Ivrea gridano, e pei valloncelli
di Toscana, con strilli di rondinini:
Hor atorno fratt Helya! La santa
violenza sui rozzi cuori il clero
calca, rozzo, e li asserva a un’infanzia
feroce nel feudo provinciale l’Impero
da Iddio imposto: e il popolo canta.

Un grande concerto di scalpelli
sul Campidoglio, sul nuovo Appennino,
sui Comuni sbiancati dalle Alpi,
suona, giganteggiando il travertino
nel nuovo spazio in cui s’affranca
l’Uomo: e il manovale Dov’andastà
jersera… ripete con l’anima spanta
nel suo gotico mondo. Il mondo schiavitù
resta nel popolo. E il popolo canta.

Apprende il borghese nascente lo Ça ira,
e trepidi nel vento napoleonico,
all’Inno dell’Albero della Libertà,
tremano i nuovi colori delle nazioni.
Ma, cane affamato, difende il bracciante
i suoi padroni, ne canta la ferocia,
Guagliune ‘e mala vita! in branchi
feroci. La libertà non ha voce
per il popolo cane. E il popolo canta.

Ragazzo del popolo che canti,
qui a Rebibbia sulla misera riva
dell’Aniene la nuova canzonetta, vanti
è vero, cantando, l’antica, la festiva
leggerezza dei semplici. Ma quale
dura certezza tu sollevi insieme
d’imminente riscossa, in mezzo a ignari
tuguri e grattacieli, allegro seme
in cuore al triste mondo popolare.

Nella tua incoscienza è la coscienza
che in te la storia vuole, questa storia
il cui Uomo non ha più che la violenza
delle memorie, non la libera memoria…
E ormai, forse, altra scelta non ha
che dare alla sua ansia di giustizia
la forza della tua felicità,
e alla luce di un tempo che inizia
la luce di chi è ciò che non sa.

Le ceneri di Gramsci (1951-1956), estratto dalla V parte
Pier Paolo Pasolini

(…) Manca poco alla cena;
brillano i rari autobus del quartiere,
con grappoli d’operai agli sportelli,
e gruppi di militari vanno, senza fretta,

verso il monte che cela in mezzo a sterri
fradici e mucchi secchi d’immondizia
nell’ombra, rintanate zoccolette

che aspettano irose sopra la sporcizia
afrodisiaca: e, non lontano, tra casette
abusive ai margini del monte, o in mezzo

a palazzi, quasi a mondi, dei ragazzi
leggeri come stracci giocano alla brezza
non più fredda, primaverile; ardenti

di sventatezza giovanile la romanesca
loro sera di maggio scuri adolescenti
fischiano pei marciapiedi, nella festa

vespertina; e scrosciano le
saracinesche
dei garages di schianto, gioiosamente,
se il buio ha resa serena la sera,

e in mezzo ai platani di Piazza Testaccio
il vento che cade in tremiti di bufera,
è ben dolce, benché radendo i capellacci

e i tufi del Macello, vi si imbeva
di sangue marcio, e per ogni dove
agiti rifiuti e odore di miseria.

È un brusio la vita, e questi persi
in essa, la perdono serenamente,
se il cuore ne hanno pieno: a godersi

eccoli, miseri, la sera: e potente
in essi, inermi, per essi, il mito
rinasce… Ma io, con il cuore cosciente

di chi soltanto nella storia ha vita,
potrò mai più con pura passione operare,
se so che la nostra storia è finita?

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capitale periferia – ebook collettivo

capitale periferia - storie e racconti - salerno
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Gentile Lettore,

ciò che ti appresti a leggere è il prodotto editoriale del lavoro partecipato del collettivo culturale Oi ne’ – Esperimenti provinciali. I testi presenti sono il risultato di un laboratorio animato da sensibilità ed intelligenze comuni alle Tue.

L’esperienza salernitana di Oi ne’ nasce nel 2013 per esercitare l’arte dilettantesca del post-laurea (o quella abusiva del parcheggiatore fuori corso, periferico) e obbligare liceali, precari, disoccupati, universitari, professionisti a confrontarsi dialogando. I punti di contatto sono sempre la Scrittura, la Musica, la Riflessione, l’Alcool ma l’elemento connettivo è la Cultura come fonte di stimolo reazionaria. Il 2014 è l’anno dell’esperimento con la scrittura sul Web portando gli scritti elaborati nel porto sicuro del Blog alla luce delle strade, alle orecchie dei coetanei, mischiando vita virtuale a vita reale. Ma il seme dell’analisi come strumento di contropotere era già nel collettivo che, con gli Scritti Precari, ha cercato di sfidare il tema della precarietà esistenziale, lavorativa e sociale. Infatti, nel 2015, Oi ne’ si è dato un tema principe da poter sciorinare in tutte le sue possibilità: la Periferia. Focalizzandosi sempre sul linguaggio, collettivamente, abbiamo cercato di forzare la dicotomia centro/periferia ragionando dai molteplici punti di vista che leggerai in questo libretto digitale.

Tutta la sensibilità raccolta in questi scritti non è altro che la risposta ad un grido che Ti sveglia, ti sollecita. Ti fa tornare coi piedi in terra e guardare al reale. Il tentativo è scavare nelle coscienze per continuare ad alimentare un pensiero Resistente, sfidare il Buio nella città del silenzio, fare spazio costruendo ponti, architetture di raccordo tra le solitudini della nostra contemporaneità.

il collettivo oi ne’

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La bella città del “pare brutto” di Alfonso Gatto

Vi proponiamo un testo molto attuale, lo sguardo di un poeta, Alfonso Gatto, sulla città di Salerno e con la sua lucidità d’analisi si proietta verso il futuro mantenendo le radici nel passato; ché futuro non è abbattere il passato ma sviluppare le sue speranze. E il “pare brutto” cos’è? Immagine, borghese e centellinata dalla formalità. L’articolo è tratto da“Il Giornale del Mattino” del 22 maggio 1960 presente nel libro “Salerno di Gatto” della Plectica Editrice. Buona lettura.

Alfonso Gatto

Nei giorni scorsi, con una lettera pubblicata nella pagina salernitana di un quotidiano di Napoli, un avvocato ha chiesto l’abbattimento della bella facciata di case ottocentesche sulla vecchia passeggiata che un tempo si chiamava Corso Garibaldi e, con i suoi empori, con i suoi circoli, con le sue “bouvettes”, somigliava al secolo da cui aveva avuto nome e libertà.

L’avvocato, veramente, non ha chiesto di abbatterla: rivolto al sindaco si è domandato se è giusto che sopravviva. La città è tutta un cantiere edilizio di case a sette piani che vanno in cerca di suolo e anelano di mostrare al centro la propria dignità.

L’avvocato si è chiesto pubblicamente se il decoro della nuova Salerno sia compatibile con l’offesa di quelle vecchie case che gli stranieri guardano ancora. Lui, la risposta l’ha nel cuore, e sdegnosa.

Il corso ha perduto la sua stessa felicità d’un tempo. Senza le verande delle birrerie e dei caffè, senza la musica in villa ridotto il pubblico giardino a parcheggio di una ex casa del fascio diventata prefettura e questura, soltanto quelle case, quelle dimore bianche e verdi, spiccano nel proprio volume, descritte dalla grazia e dagli andirivieni delle piccole terrazze, dei ballatoi, dei balconi, delle logge aperte al sole e alla luce. Per la sua antica nobiltà, la passeggiata ricorda ancora la riviera di Chiaia e si salda con un senso vivo della vita, come un frontespizio, sulla grande città vecchia e medievale che le si chiude alle spalle.

Sempre gli avvocati s’arrendono al dovere di occuparsi delle cose che non sanno e che non fanno, dalla letteratura all’urbanistica: sempre mostrano di credere a quel bene pubblico che dà le ali agli interessi privati e li nasconde sotto gli occhi dell’opinione pubblica chiamata a rispondere. Un qualunque sensale potrebbe dire che quel suolo vale più delle case che lo occupano, ed è bene in vista di fronte ai pubblici uffici. Un terreno ideale per una “City”.

L’avvocato di Salerno sa di parlare a nome di una città che potrebbe scrivere sul suo gonfalone quel “pare brutto” che è intercalare di ogni meridionale sospeso tra il suo vero essere e la figura che egli rappresenta, tra l’economia familiare e la soggezione all’opinione ch’egli vuole avere di sé.

Il figlio trentenne di un piccolo impiegato non ha voluto studiare, non ha voluto lavorare, non è nulla, non sa far nulla. Ma “pare brutto”, ad esempio, ch’egli accetti un posto, di usciere, di bidello, di manovale che comporti la sua pubblica qualifica di usciere, di bidello, di manovale o che so io. Sembra che tutti siano occupati a guardarlo. Non “pare brutto” a lui e ai suoi vivere o farlo vivere d’apparenze, inoperoso, combinato appena nei panni della sua impacciata distinzione.

Foto del Centro Storico di Salerno, su gentile concessione dell'Archivio Storico di Salerno.

Foto del Centro Storico di Salerno, su gentile concessione dell’Archivio Storico di Salerno.

Tutto questo giustifica socialmente un’economia di apparenze, una politica di apparenze, in cui l’operaio qualificato, il lavoratore manuale, persino il tecnico, sono esposti a una caratterizzazione della propria competenza e del proprio lavoro in una società che sembra far solo onore alla disponibilità intellettuale di un paziente che persegua il lungo tirocinio di avere una definizione pubblica di tutto quello che non è, che non sa, che non fa. Tutto quello che non è, che non sa, che non fa, serve a qualcuno.

Laureato quasi a sua insaputa o bocciato, fallito, arreso davanti alle ultime prove della sua incapacità, “fortunato” l’uno, “sfortunato” l’altro, essi saranno solidali nell’attendere ancora la qualifica di un lavoro ideale che non significhi propriamente lavoro, ma impiego, velleità disponibile per distinzione per sé e di obbedienza all’ordine per cui l’iniziativa è sempre nelle mani dei privati che arricchiscono le pubbliche amministrazioni con i propri intermediari a cui hanno salvato la faccia.

E’ chiaro che non parlo dei veri studiosi e dei veri professionisti. Caratterizzati anch’essi, come i tecnici, dalla propria competenza e dal proprio lavoro: ma, rari, e fatti più visibili dalle proprie qualità sostanziali in una città a basso livello culturale e scolastico, essi non possono sottrarsi a quella economia di apparenze in cui viene a risolversi il conflitto del “bello” e del “brutto”, dell’ideale e del reale.

Debbono accettare il gioco, subìrlo, o emigrare.

Valersi di una clientela, procurarsela, mantenerla, significherà sottostare almeno alle variazioni di una borsa clandestina che gioca al rialzo le azioni del sottogoverno. Il rapporto non si risolverà mai in una domanda delle qualità di competenza, di tecnica, di dottrina, di onestà, di apostolato che un medico, un professore, un avvocato, può offrire, ma in quel lasciare intendere e capire di sé ch’egli permetterà ai suoi osservatori, nella immodestia di far gande quel ch’è soltanto indispensabile e doveroso, nell’arrendevolezza alla “comprensione”, che è un’intesa a cenni, un essere o un non essere complici del nemico che apre le braccia e sottolinea nell’”umano”, nel troppo umano, l’amara filosofia del possibile.

L’opinione è il raggiro stesso con cui tutto il bello, fondato sulla ragione, sull’intelligenza e sul valore degli uomini, “pare brutto” se resta solo, indifeso, sconfitto. L’egoismo, per essere l’arma stessa della propria disponibilità a una definizione che non venga dal merito, ma dal riconoscimento di un benservito, è un’assurda manifestazione di spirito familiare che annulla ogni verità sociale o la discredita. Se la vita privata si rappresenta pubblicamente nell’opinione che cerca di sé, al di qua di ogni coscienza dell’essere, la vita pubblica si risolve privatamente nell’autorità delle persone che rappresentano se stesse. Il povero che vive di miseria, il modesto che vive di modestia, lo studioso che vive di studi, il socialista che vive per i suoi ideali, il credente che vive per la sua fede, sono “incredibili”, non possibili, sino all’irrealtà.

Un città compatta che crede solo alla verosimiglianza ha l’iperbolico destino del suo “parere”. Vive nel paragone, credendo di toccar con mano la sua stessa evidenza e non s’accorge di astrarsi sempre più nelle similitudini che va cercando.

Ph. Andrea Marino

Ph. Andrea Marino

Per cento metri di strada tratteggiata dal neon di due cinema dirimpettai, di due bar e di qualche negozio in ghingheri, Salerno parla di una “piccola Broadway”. Per un lungomare illuminato a vapori verdi e spettrali scomoda chi sa quali incanti e nelle belle sere d’estate, belle veramente per dono di Dio e per freschezza di cielo e d’aria, tocca col naso il malodore di laguna che imputridisce nelle cloache aperte sul mare basso e insabbiato della riva. Parla di aree industriali, di porto, di nuovo stadio (l’area del vecchio servirà a nuove case e a nuovi grattacieli) e non pensa al suo misero ospedale da villaggio in cui durante la triste alluvione i feriti e i moribondi dormirono su brande di fortuna nei corridoi. Pensa di abbattere la sua via più bella e dignitosa lasciata dai vecchi nonni di buone lettere e guarda con occhio indifferente la casbah dei pescatori, i fondaci dedicati a Masaniello. Non ha trepidazione, non ha amore per le sue vecchie vie, per i vicoli mediterranei ove è scritta la sua lunga storia. Smarrita nella cronaca delle fortune e dei successi, vuole essere tutto; città industriale e città turistica, città di commerci e città di studi, città antica e città da Far West, città della natura e città dell’uomo, babele e Eden. Cerca sempre, fuori di sé e fuori dal Mezzogiorno il consenso d’essere quello che non è la città del parere, e dell’essere, la città degli ospiti che ne parlano bene.

Io non sono un ospite, anche se giungo inatteso in un suo albergo come il revisore gogoliano. Sono nato tra le sue vecchie case, al tempo ch’eravamo quarantamila o poco più. So quanta fatica costi liberare Salerno dalle mani degli avvocati che scrivono al sindaco e che si occupano delle cose che non sanno e che non fanno, so come sia difficile non tener conto del “pare brutto” con cui ogni mamma guarda trepidante dalla finestra il figlio inoperoso e ancora incerto nei panni ch’esce per la passeggiata e con le mani non toccherà mai un mestiere, ma la difficile penna degli uffici ove “l’avvocato” finirà con l’assicurarlo. So la pena e il dolore umiliato dei giovani che non rispondono ai cenni dei borsisti e alla “comprensione” del nemico: vedo la città-scommessa dei nuovi ricchi, gli operatori privati del danaro pubblico, i commercianti mimetizzati da industriali. Vorrei solo che per la sua realtà, per la sua proprietà d’essere, e non solo per trarre vantaggi, Salerno si sentisse nel Sud, nel povero Sud, alle soglie della sua stessa provincia povera. Vorrei vederle negli occhi la coscienza che non ha.

Ph. Andrea Marino

Ph. Andrea Marino


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3. Scomponendo periferia

Pubblichiamo i tre testi prodotti per la giornata del 20 dicembre 2014, Direzione periferia. Qui gli scritti completi che richiamano le anticipazioni  pubblicate sull’inserto culturale Ulisse delle Cronache del Salernitano di domenica 11 gennaio.

Il nome della lettura che ha accompagnato questo pezzo era “Dieci personaggi in cerca di una pensilina“: questo perché chi scrive sulla periferia sa che la pensilina è il punto di partenza per arrivare al centro. Forse il concetto, simbolicamente, ci può aiutare ad arrivare al punto della questione su come “abitare le città” e sul nostro vivere comune. Buona lettura!

scomponendo periferia linguistica

Non credo nel –

Nel credo non –

Credo non nel –                              la periferia è l’angolo più vasto della mia via.

Per- i-fe- ri-andiamo in quel posto che abbiamo svuotato, cumulo cumulo scumulo accumulo. Per tutti i punti che verranno; non svuoterò quest’orizzonte.

Per

i pericoli, i perpendicolari, i persecutori, per gli animi fuori sede, per i sbattuti al centro. Per il passo di pericle, per il compasso la prima volta comprato, per il corsaro nero, per la rosa di turi.  Per percorrere le strade obbligate, imparare i linguaggi stradali. Per disfare tutto, e subordinare le colpe alla periferia.

I

Invece di restare impalato, il cervello impantanato, toglimi le scarpe, tienimi le calze, avvolgimi al centro, nel frastuono del tutto c’è. I vatussi, i centristi, i migliori. I cimiteri appesi al centro, la voglia di morire se affollato mi sento, sono affollato, sono al centro, muoio d’entro, mi imbarazzo al centro, non farmi sentire al centro, qui non c’entro, toglietevi non state tutti addosso alle sue i, non servono altri puntini sulle i. chiamate un dottore! Il punto sull’esclamazione, non c’è, ce lo avete fatto togliere, ce lo avete fatto morire voi, senza espressione, senza esclamazione. Quello muore se sta al centro, affollato, imbrattato, anidridecarbonizzato, diagnosticato e infine curato al per-I-metro. Per metro, in metro. L’uomo è anche questione di geometria.

Feria

 Per renderti la vita un inféria. Feria è una definizione fastidiosa che noi tutti usiamo, sì usiamo, per rifarci a quell’unico periodo dell’anno in cui ci fingiamo stanchi necessariamente da rifocillare, e invece niente, l’unica scusa che abbiamo per non ammazzare è andare in ferìa. E lì, viviamo in un boccone di sole, tutte le sofferenze invernali, emergere, si tratta di questo, niente affatto di eritema, quella non è che la traccia visibile, della vita al centro. A che paradossi ci riduciamo. Viviamo il congiungimento non con la natura naturale, ma con l’altra, la linguistica.

Andando a ritroso: feria-i-per / air ef i rep. Periferia.

L’angolo più vasto della mia via.

Roberta Bisogno


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2. L’erba del vicino è sempre più negra

Pubblichiamo i tre testi prodotti per la giornata del 20 dicembre 2014, Direzione periferia. Qui gli scritti completi che richiamano le anticipazioni  pubblicate sull’inserto culturale Ulisse delle Cronache del Salernitano di domenica 11 gennaio.

Il nome della lettura che ha accompagnato questo pezzo era “Dieci personaggi in cerca di una pensilina“: questo perché chi scrive sulla periferia sa che la pensilina è il punto di partenza per arrivare al centro. Forse il concetto, simbolicamente, ci può aiutare ad arrivare al punto della questione su come “abitare le città” e sul nostro vivere comune. Buona lettura!

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La periferia con i suoi schiamazzi, i suoi urli, i suoi santi e i suoi palazzi. Senti una bomba esplodere, gli operatori televisivi rincorrono il rimbombo fino alla radice, proviene dal porticato del palazzo, sono dei bimbi che anticipano il Natale con qualche minicicciolo. Non corro, è da tempo che conosco la regola delle periferie: non devi correre mai. Quando corri, scappi dalle uniche persone che ti possono proteggere, che vuoi proteggere, la tua famiglia, i tuoi amici, il tuo quartiere. In questo periodo, dove tutto sembra un reality show, potrebbero pure affiggere un cartello con su scritto: puoi spacciare, puoi delinquere ma non puoi correre. E già, perché da queste parti, dovete sapere che tutti possono delinquere ma nessuno può correre. Io, che sono qui solo di passaggio, o meglio, che sono qui solo per scrivere un articolo che in tanti hanno già scritto, queste regole le conosco e preferisco operare in modo diverso dagli operatori tivvù. Loro corrono, fanno i simpatici, dicono cose cordiali ma pensano bestemmie e sperano nel colpo grosso. Io preferisco vagare senza chiedere, discreto mi muovo fra le viscere di cemento, fra questi palazzoni grigi senza pietà in cui le persone mordono contro chi non ha forza.

Era un martedì pomeriggio quando decisi di andare a Tor Sapienza. Non dovevo fare nulla di particolare, volevo solo capire dove finiva la storia delle persone che dicevano basta e iniziava la storia del quartiere che cercava un po’ di attenzioni. Un po’ come la storia di quel ragazzo che a scuola non andava né bene né male oppure la storia di quella madre che sopportava i figli che solcavano le strade sbagliate, che scoprivano mondi e facevano errori.

Ero lì per pura curiosità. Ero alla ricerca di una croce, di una statua, di una scritta d’amore smesso in fretta su un palazzo costruito male. Ero lì, ero nel luogo di cui tutti parlavano e nulla sapevano. Nella periferia che aveva richiamato a sé il centro con violenza, con minacce, con rivolte, con spranghe, con mazze, con ghigni assuefatti dalla rabbia. Ero lì, dove tutti erano passati e nessuno aveva capito. C’era un palazzone lungo un chilometro, grigio, mal portato, brutto. Difronte c’era un palazzo nuovo, con finestre azzurre a specchio e mattoncini rosso scarlatto, sembrava disegnato da un bambino, in una piccola porzione di questo palazzo, c’era un bambino, c’era una madre, c’era un uomo.

Loro erano diversi, ma non sempre qualcuno può permettersi di essere diverso, lui lo sa, qui glielo abbiamo spiegato in svariati modi. I diversi, erano anche quelli del palazzone lungo e grigio che nessuno voleva più perché dicevano che un negro va educato quando scappa da una guerra. Dicono che lui nel suo paese non dice neppure buongiorno al suo vicino, anche se ha il fucile io penso che l’educazione venga al primo posto, quindi, le signore del quartiere hanno ragione, è abbastanza offensivo mancare di rispetto in questo modo. E poi mi dice un tipo eletto al municipio che in Africa sono tutti in guerra, non possiamo raccoglierli tutti e portarli in Italia. Quindi, io penso che chi educa il negro non sia adatto, loro sono troppo buoni, preferiscono mischiare le culture invece di educare l’una all’altra, l’una sopra l’altra. Io so che a casa mia, come dicono le signore, le regole le decido io.

Hanno ragione, lo spiegherò coi fatti.

Perché, mi diceva quella con la kefia che l’altro giorno ha festeggiato il compleanno di sua figlia con i figli dei negri, che l’altro giorno c’era un negro, dicono del Congo, sui 50, che poi questi a 50 anni sembrano uguali pure a chi ne ha 20, non saprei dirti, insomma, mi diceva che questo era ubriaco e che poi, a un certo punto, una ragazza mentre gli suonava il clacson appresso per intimargli di spostarsi, tentativo inutile perché lui era ubriaco, steso in terra, allora dicevo io: signora ma perché suonava se era ubriaco? E lei diceva: la ragazza suonava ancora perché era stanca di un quartiere malato e allora lui di tutta risposta sai che ha fatto? Ha tirato la birra sul parabrezza. Che paura!

Sembrava fosse una molotov e invece era una peroni.

Occhei, tutto risolto, la ragazza ha deciso di parcheggiare qualche metro più avanti, vicino ai trans, però, poi quando l’ha raccontato a casa, il fratello, che non era dei più simpatici ma di certo uno dei più rispettati in zona, che spacciava e voleva bene ai rom perché con loro si fanno gli affari meglio della droga e quindi stavano lì, nelle baracche, vicino la casa della signora, insomma il fratello decise di scendere giù e massacrare di botte l’ubriaco del Congo di 50 anni, lui, schifoso negro vigliacco, decide di correre via e di infilarsi nel centro di accoglienza e gli operatori, brutte zecche bastarde, lo hanno accolto e hanno chiamato pure l’ambulanza, che poi paghiamo noi, mi spiega la signora.

Poi il fratello della sorella, amico dei rom perché con loro si fanno gli affari meglio della droga, ha deciso che non se ne poteva più e così chiamò altri ragazzi, quelli bravi con la mano tesa del terzo millennio, e con questi organizzarono il corteo nella notte e lanciarono pietre e tutte le infamità del mondo contro il palazzo bello disegnato da un bambino. Con loro c’erano pure i vecchi, i baristi, i salumieri e i macellari. Tutti insieme cacciarono i rifugiati da via Giorgio Morandi.

Qualche tempo dopo qualcuno mi parlò di Giorgio Morandi, che non era il cantante, non aveva problemi coi musicisti di Liverpool e le sue periferie. Era solo un pittore, un imbianchino rumeno che di tanto in tanto faceva nature morte, perché la natura viva dal fruttarolo erano troppo costosa. Eppure il fruttarolo era negro. Ma non andava a trans, quelli erano gli italiani. Tu prova a prendere il pullman senza passare vicino i trans.

Ah e poi, il vero problema me l’ha detto il figlio della signora: il problema era che da quando lui era piccolo c’era una buca nel quartiere, sono passati vent’anni e quella buca è ancora lì, a inghiottire tutti quanti, che siano bianchi o negri, rom o stranieri.

Inghiotte tutti ed ha un volto bastardo, perché l’erba del vicino è sempre più negra.

Marco Mastrandrea


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Direzione Periferia, Oi ne’!

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Sabato 20 dicembre a partire dalle 17 a Salerno presso Via S. Massimo (parallela a Via Trotula de Ruggiero), Complesso Santa Sofia (e dove si trova il posto?) si terrà l’incontro Direzione periferia nell’ambito della rassegna Oi ne’.  – Partecipa all’evento FB

Cos’è oggi la “periferia”? Come espressione, nel linguaggio comune è viziato da giudizi positivi e negativi. Il rapporto stesso tra centro e periferia stabilisce automaticamente nell’immaginario collettivo una relazione di potere asimmetrica: al centro viene accreditato spesso un valore positivo in quanto centralità, importanza, luogo del potere, efficienza, efficacia; mentre alla periferia un valore negativo nel senso di marginalizzato, subalterno, confinato, svantaggiato, illegale. Ma è possibile che questa opposizione sia solamente un ostacolo alle possibilità che si sviluppano nei luoghi del vivere quotidiano e alle esperienze che ora agiscono e provano a costruire l’alternativa, sia nel concreto che nell’immaginario.

Il potere di nominare, costruire significati e di esercitare il controllo sul flusso delle informazioni all’interno delle società contemporanee è oggi uno dei fattori che determinano le principali differenze della struttura sociale. In questo senso il ciclo di incontri Oi ne’ – Esperimenti provinciali risponde all’esigenza di sperimentare il linguaggio raccontando con suoni, immagini e parole i concetti di “periferia”, “centro”, “città” per ricucire, ridisegnare e rammendare i luoghi della socialità e delle relazioni umane.

Diviso in tre parti, l’appuntamento di quest’anno prevede un primo momento di discussione dal titolo Pigliamoci una questione – Incontri sul vivere la periferia dove il dibattito sarà arricchito dagli interventi di Francesco Vitale, docente di Dottrine Estetiche presso l’Università di Salerno, Gennaro Avallone, docente di Sociologia Urbana all’Università di Salerno e Hosea Scelza, architetto presso la Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici per le province di Firenze, Pistoia e Prato.
Il secondo momento dal titolo Storie di periferia prevede due reading letterari Dieci personaggi in cerca di una pensilina in collaborazione con il collettivo Il Disagio e Mi innamoro del trattore con Felice Rubino e la campagna irpina, infine Pierluigi Gigante interpreterà Pierpaolo Pasolini. La parte letteraria vedrà l’accompagnamento musicale a cura di Ivan Donatiello (alla chitarra), Giovanni Montesano (al contrabbasso) e Antonio Caggiano (alla tastiera).
L’ultima parte, dal titolo Voc’ e’ sott’ prevede una selezione di vinili e l’esibizione musicale della Circa Cento’s Band in unplugged con Ivan Donatiello, Antonio Caggiano e Piersabato Gambino.

Contestualmente al programma, l’evento è accompagnato da mostre fotografiche, estemporanee artistiche e video proiezioni sul tema. La giornata è promossa dal Mumble Rumble, dal Laboratorio teatrale Teatro degli Attori, dall’Osservatorio Culture Giovanili (OCPG) con il progetto Chiamata alle Arti e dal media partner Asinu Press.

Recapiti: Oi ne’ – esperimenti provinciali – Email. oinesalerno@gmail.com – Ref. Emanuele cell. 3202856185 – Marco cell. 3896797738 – Giuseppe cell. 3298779477

locandina evento