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Se faccio un figlio lo chiamo Precario

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Domenica 27 dicembre a partire dalle 18:30 presso il Circolo Arci Mumble Rumble in Via Vincenzo Loria 35 a Pastena (Salerno) si terrà l’incontro Se faccio un figlio lo chiamo Precario nell’ambito della rassegna Oi ne’ – esperimenti provinciali.

Lontano dalle luci del centro proveremo a esprimere nelle forme più significative come l’arte, la musica e la scrittura, il disagio e le possibilità del nostro territorio. Seguendo la “direzione Periferia” presenteremo il libro Capitale periferia: 12 autori, 14 testi, 4 fotografie il primo prodotto editoriale di Oi ne’.
Lo faremo in compagnia di Davide Speranza, giornalista de La Città e Francesco Savastano, Festival Precario. Per l’occasione, inaugureremo con Giuseppe Criscito la biblioteca condivisa “Bla Bla” del circolo Mumble Rumble.
Ragazzi della periferia, studenti, precari, scrittori, blogger, giornalisti. Come nella tradizione antica, Capitale periferia è una miscellanea di racconti nati dalla narrazione orale prima ancora di essere pensati come libro.

Successivamente ci sarà Pre-cario diario: reading letterario dove 8 autori affrontano la settimana del precario, composta da 8 giorni (dal lunedì al lunedì). L’accompagnamento al piano sarà a cura del musicista Ivan Donatiello.
8 testi che cercheranno di raccontare la precarietà di chi non riesce ad immaginarsi un futuro al di là del proprio contratto a termine. Una condizione che si ripercuote sugli affetti, sulla costruzione della propria identità: sempre più insicura e incline a gesti spettacolari e estremi.

Infine la serata si concluderà con una selezione di “musica a tempo indeterminato”.
Durante tutto l’evento un’intera sala sarà destinata ad Arte intermittente: estemporanee di pittura e di disegno, installazioni audiovisive ispirate ai temi della giornata.
 

Recapiti: Oi ne’ – esperimenti provinciali – Email. oinesalerno@gmail.com – Ref. Emanuele cell. 3202856185 – Marco cell. 3896797738 – Giuseppe cell. 3298779477

Pagina Facebook: Oi ne’ – esperimenti provinciali
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se faccio un figlio lo chiamo precario salerno

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3. Scomponendo periferia

Pubblichiamo i tre testi prodotti per la giornata del 20 dicembre 2014, Direzione periferia. Qui gli scritti completi che richiamano le anticipazioni  pubblicate sull’inserto culturale Ulisse delle Cronache del Salernitano di domenica 11 gennaio.

Il nome della lettura che ha accompagnato questo pezzo era “Dieci personaggi in cerca di una pensilina“: questo perché chi scrive sulla periferia sa che la pensilina è il punto di partenza per arrivare al centro. Forse il concetto, simbolicamente, ci può aiutare ad arrivare al punto della questione su come “abitare le città” e sul nostro vivere comune. Buona lettura!

scomponendo periferia linguistica

Non credo nel –

Nel credo non –

Credo non nel –                              la periferia è l’angolo più vasto della mia via.

Per- i-fe- ri-andiamo in quel posto che abbiamo svuotato, cumulo cumulo scumulo accumulo. Per tutti i punti che verranno; non svuoterò quest’orizzonte.

Per

i pericoli, i perpendicolari, i persecutori, per gli animi fuori sede, per i sbattuti al centro. Per il passo di pericle, per il compasso la prima volta comprato, per il corsaro nero, per la rosa di turi.  Per percorrere le strade obbligate, imparare i linguaggi stradali. Per disfare tutto, e subordinare le colpe alla periferia.

I

Invece di restare impalato, il cervello impantanato, toglimi le scarpe, tienimi le calze, avvolgimi al centro, nel frastuono del tutto c’è. I vatussi, i centristi, i migliori. I cimiteri appesi al centro, la voglia di morire se affollato mi sento, sono affollato, sono al centro, muoio d’entro, mi imbarazzo al centro, non farmi sentire al centro, qui non c’entro, toglietevi non state tutti addosso alle sue i, non servono altri puntini sulle i. chiamate un dottore! Il punto sull’esclamazione, non c’è, ce lo avete fatto togliere, ce lo avete fatto morire voi, senza espressione, senza esclamazione. Quello muore se sta al centro, affollato, imbrattato, anidridecarbonizzato, diagnosticato e infine curato al per-I-metro. Per metro, in metro. L’uomo è anche questione di geometria.

Feria

 Per renderti la vita un inféria. Feria è una definizione fastidiosa che noi tutti usiamo, sì usiamo, per rifarci a quell’unico periodo dell’anno in cui ci fingiamo stanchi necessariamente da rifocillare, e invece niente, l’unica scusa che abbiamo per non ammazzare è andare in ferìa. E lì, viviamo in un boccone di sole, tutte le sofferenze invernali, emergere, si tratta di questo, niente affatto di eritema, quella non è che la traccia visibile, della vita al centro. A che paradossi ci riduciamo. Viviamo il congiungimento non con la natura naturale, ma con l’altra, la linguistica.

Andando a ritroso: feria-i-per / air ef i rep. Periferia.

L’angolo più vasto della mia via.

Roberta Bisogno


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2. L’erba del vicino è sempre più negra

Pubblichiamo i tre testi prodotti per la giornata del 20 dicembre 2014, Direzione periferia. Qui gli scritti completi che richiamano le anticipazioni  pubblicate sull’inserto culturale Ulisse delle Cronache del Salernitano di domenica 11 gennaio.

Il nome della lettura che ha accompagnato questo pezzo era “Dieci personaggi in cerca di una pensilina“: questo perché chi scrive sulla periferia sa che la pensilina è il punto di partenza per arrivare al centro. Forse il concetto, simbolicamente, ci può aiutare ad arrivare al punto della questione su come “abitare le città” e sul nostro vivere comune. Buona lettura!

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La periferia con i suoi schiamazzi, i suoi urli, i suoi santi e i suoi palazzi. Senti una bomba esplodere, gli operatori televisivi rincorrono il rimbombo fino alla radice, proviene dal porticato del palazzo, sono dei bimbi che anticipano il Natale con qualche minicicciolo. Non corro, è da tempo che conosco la regola delle periferie: non devi correre mai. Quando corri, scappi dalle uniche persone che ti possono proteggere, che vuoi proteggere, la tua famiglia, i tuoi amici, il tuo quartiere. In questo periodo, dove tutto sembra un reality show, potrebbero pure affiggere un cartello con su scritto: puoi spacciare, puoi delinquere ma non puoi correre. E già, perché da queste parti, dovete sapere che tutti possono delinquere ma nessuno può correre. Io, che sono qui solo di passaggio, o meglio, che sono qui solo per scrivere un articolo che in tanti hanno già scritto, queste regole le conosco e preferisco operare in modo diverso dagli operatori tivvù. Loro corrono, fanno i simpatici, dicono cose cordiali ma pensano bestemmie e sperano nel colpo grosso. Io preferisco vagare senza chiedere, discreto mi muovo fra le viscere di cemento, fra questi palazzoni grigi senza pietà in cui le persone mordono contro chi non ha forza.

Era un martedì pomeriggio quando decisi di andare a Tor Sapienza. Non dovevo fare nulla di particolare, volevo solo capire dove finiva la storia delle persone che dicevano basta e iniziava la storia del quartiere che cercava un po’ di attenzioni. Un po’ come la storia di quel ragazzo che a scuola non andava né bene né male oppure la storia di quella madre che sopportava i figli che solcavano le strade sbagliate, che scoprivano mondi e facevano errori.

Ero lì per pura curiosità. Ero alla ricerca di una croce, di una statua, di una scritta d’amore smesso in fretta su un palazzo costruito male. Ero lì, ero nel luogo di cui tutti parlavano e nulla sapevano. Nella periferia che aveva richiamato a sé il centro con violenza, con minacce, con rivolte, con spranghe, con mazze, con ghigni assuefatti dalla rabbia. Ero lì, dove tutti erano passati e nessuno aveva capito. C’era un palazzone lungo un chilometro, grigio, mal portato, brutto. Difronte c’era un palazzo nuovo, con finestre azzurre a specchio e mattoncini rosso scarlatto, sembrava disegnato da un bambino, in una piccola porzione di questo palazzo, c’era un bambino, c’era una madre, c’era un uomo.

Loro erano diversi, ma non sempre qualcuno può permettersi di essere diverso, lui lo sa, qui glielo abbiamo spiegato in svariati modi. I diversi, erano anche quelli del palazzone lungo e grigio che nessuno voleva più perché dicevano che un negro va educato quando scappa da una guerra. Dicono che lui nel suo paese non dice neppure buongiorno al suo vicino, anche se ha il fucile io penso che l’educazione venga al primo posto, quindi, le signore del quartiere hanno ragione, è abbastanza offensivo mancare di rispetto in questo modo. E poi mi dice un tipo eletto al municipio che in Africa sono tutti in guerra, non possiamo raccoglierli tutti e portarli in Italia. Quindi, io penso che chi educa il negro non sia adatto, loro sono troppo buoni, preferiscono mischiare le culture invece di educare l’una all’altra, l’una sopra l’altra. Io so che a casa mia, come dicono le signore, le regole le decido io.

Hanno ragione, lo spiegherò coi fatti.

Perché, mi diceva quella con la kefia che l’altro giorno ha festeggiato il compleanno di sua figlia con i figli dei negri, che l’altro giorno c’era un negro, dicono del Congo, sui 50, che poi questi a 50 anni sembrano uguali pure a chi ne ha 20, non saprei dirti, insomma, mi diceva che questo era ubriaco e che poi, a un certo punto, una ragazza mentre gli suonava il clacson appresso per intimargli di spostarsi, tentativo inutile perché lui era ubriaco, steso in terra, allora dicevo io: signora ma perché suonava se era ubriaco? E lei diceva: la ragazza suonava ancora perché era stanca di un quartiere malato e allora lui di tutta risposta sai che ha fatto? Ha tirato la birra sul parabrezza. Che paura!

Sembrava fosse una molotov e invece era una peroni.

Occhei, tutto risolto, la ragazza ha deciso di parcheggiare qualche metro più avanti, vicino ai trans, però, poi quando l’ha raccontato a casa, il fratello, che non era dei più simpatici ma di certo uno dei più rispettati in zona, che spacciava e voleva bene ai rom perché con loro si fanno gli affari meglio della droga e quindi stavano lì, nelle baracche, vicino la casa della signora, insomma il fratello decise di scendere giù e massacrare di botte l’ubriaco del Congo di 50 anni, lui, schifoso negro vigliacco, decide di correre via e di infilarsi nel centro di accoglienza e gli operatori, brutte zecche bastarde, lo hanno accolto e hanno chiamato pure l’ambulanza, che poi paghiamo noi, mi spiega la signora.

Poi il fratello della sorella, amico dei rom perché con loro si fanno gli affari meglio della droga, ha deciso che non se ne poteva più e così chiamò altri ragazzi, quelli bravi con la mano tesa del terzo millennio, e con questi organizzarono il corteo nella notte e lanciarono pietre e tutte le infamità del mondo contro il palazzo bello disegnato da un bambino. Con loro c’erano pure i vecchi, i baristi, i salumieri e i macellari. Tutti insieme cacciarono i rifugiati da via Giorgio Morandi.

Qualche tempo dopo qualcuno mi parlò di Giorgio Morandi, che non era il cantante, non aveva problemi coi musicisti di Liverpool e le sue periferie. Era solo un pittore, un imbianchino rumeno che di tanto in tanto faceva nature morte, perché la natura viva dal fruttarolo erano troppo costosa. Eppure il fruttarolo era negro. Ma non andava a trans, quelli erano gli italiani. Tu prova a prendere il pullman senza passare vicino i trans.

Ah e poi, il vero problema me l’ha detto il figlio della signora: il problema era che da quando lui era piccolo c’era una buca nel quartiere, sono passati vent’anni e quella buca è ancora lì, a inghiottire tutti quanti, che siano bianchi o negri, rom o stranieri.

Inghiotte tutti ed ha un volto bastardo, perché l’erba del vicino è sempre più negra.

Marco Mastrandrea


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1. Prima di partire per un viaggio

Pubblichiamo i tre testi prodotti per la giornata del 20 dicembre 2014, Direzione periferia. Qui gli scritti completi che richiamano le anticipazioni  pubblicate sull’inserto culturale Ulisse delle Cronache del Salernitano di domenica 11 gennaio.

Il nome della lettura che ha accompagnato questo pezzo era “Dieci personaggi in cerca di una pensilina“: questo perché chi scrive sulla periferia sa che la pensilina è il punto di partenza per arrivare al centro. Forse il concetto, simbolicamente, ci può aiutare ad arrivare al punto della questione su come “abitare le città” e sul nostro vivere comune. Buona lettura!

L'eurodeputato della Lega Nord Mario Borghezio (s) con Simone Di Stefano (d) durante la protesta dei residenti organizzato dal Comitato per la difesa del X Municipio e da Casapound, contro il centro di accoglienza all'Infernetto, Roma, 22 novembre 2014. ANSA/ANGELO CARCONI

L’eurodeputato della Lega Nord Mario Borghezio (s) con Simone Di Stefano (d) durante la protesta dei residenti organizzato dal Comitato per la difesa del X Municipio e da Casapound, contro il centro di accoglienza all’Infernetto, Roma, 22 novembre 2014. ANSA/ANGELO CARCONI

Prima di partire per un viaggio, mi hanno insegnato a controllare l’itinerario, avere una cartina geografica, un taccuino, una bottiglietta d’acqua, e se non costasse troppo o hai modo di chiederla in prestito, una macchina fotografica. Io non sono partita per un viaggio oggi, né per arte né per piacere. Sono scesa negli inferi di una periferia poco illuminata da cui non vedevo Caronte pronto a trainare i viandanti, ma udivo cori di voci stonate farsi forti su fiere bandiere, che sventolavano patriottismi e discriminazioni.

Non è il quartiere residenziale di Ostia Antica quello che ti attende all’arrivo. Certo, qui all’Infernetto non parlano di buche millenarie come a Tor Sapienza, ma pare non si possa passeggiare senza rischiare cadute e contusioni. Il manto d’asfalto non è dei migliori. L’illuminazione pubblica è scarsa, complice di sesso a pagamento offerto a discapito dei bambini, dei nativi, a cui viene impedito il momento ludico, le giostre sono state sradicate dal parco che, ora incolto, non è che una pineta in cui darsi il piacere contravvenendo alle norme sociali, di buon costume, e legali.

La delinquenza non manca, non di casa, ma straniera. Si sa, la minore età nella periferia bene non è la stessa contemplata dalla legge. Qui, mi dicono, che qualcuno pare abbia fumato la prima sigaretta intorno ai venti e bevuto la prima birra a ventidue. Ragazzini, minori per i giuristi italiani, che usano armi contundenti a diciassette o sedici anni, non sono mica poi così ingenui. Sono diversi sì, ma nessuno li vuole. Loro fumano e bevono già a quattordici anni, disturbano le pischelle, assumono atteggiamenti di supponenza evidente nel lavorare a basso costo e senza pausa pranzo. Possiamo dargli soccorso quando sono in mare, lì sì che rischiano di farsi male o peggio ancora naufragare, ma poi, una volta messi in salvo, tocca riportarli a casa, sì sì, a casa loro.

A ventun anni, quando sei il leader del movimento e non indossi colori, credi che aver studiato inglese in Irlanda per una summer school faccia di te un immigrato che ha subito insulti e supponenti misure di sicurezza. La politica monetaria europea non ti piace e mare nostrum è un invito all’immigrazione clandestina, quindi sei autorizzato a essere contro l’invasione africana. Proprio non ti va giù questa ospitalità gratuita e allora lo canti, insieme agli amici tuoi, quelli con i jeans stretti e la felpa, insieme alla signora di Verona che ha un cane di taglia media, 54 kg che non corrono neppure quando vedono una cagnetta in calore, perché se non ha il pedigree il cane non fa un passo. La stretta di persone dietro lo striscione lo dice bene, chiaro, fai parte della minoranza che non si arrende allo scempio della diversità. Serve una lega, di quelle romane che la riportino all’età dello splendore: alla pulizia che qui non si vede neppure per Natale, alla legalità che neanche quando chiami i carabinieri ti viene garantita; che dica “l’immigrazione non è una risorsa” e promuova una corsia preferenziale per l’accesso ai diritti. Quelli non sono per tutti, vengono prima gli italiani, vengono prima gli autoctoni, quelli che abitano all’Infernetto almeno dai ‘70. E il sommo poeta, grande perché grasso, arriva con al seguito giornalisti e reporter trascinati dal suo avanzare veloce, a benedire l’aggregante protesta, i girotondi neri, la speranza per il patriottismo nazionale. Occorre che qualcuno ci creda ancora in questa illusione del predominio, nella contribuzione coatta dello stato asservito alle associazioni rosse, nei manichini che testimoniano forza di braccia e coraggio.

Prima di partire per un viaggio mi è stato detto di controllare il percorso previsto per il ritorno. Io non l’ho fatto. Ho preferito affidarmi al caso di un sit-in immobile nei piedi. Un tuffo in un passato che credi non si possa riproporre, né spolverato né laccato. Invece è lì, a palesarti quanto sia precario il limbo di solidarietà in cui sguazzi. La strada in macchina è rapida e poco rumorosa, mentre l’Infernetto è caldo come il tifo per la squadra, in un derby senza avversario perché deportato. Gli spalti si svuotano, i microfoni si spengono, il tram ti riporta nel tuo quartiere. Saluti il ragazzo che ai semafori prende servizio, costeggi le mura, affascinanti e ridenti, saluti Symon e Amif e sorridi. Sei a casa. L’illuminazione è scarsa ma dalla finestra puoi udire le voci, tutte quelle voci diverse.

Maria Angela Citarella