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capitale periferia


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2. L’erba del vicino è sempre più negra

Pubblichiamo i tre testi prodotti per la giornata del 20 dicembre 2014, Direzione periferia. Qui gli scritti completi che richiamano le anticipazioni  pubblicate sull’inserto culturale Ulisse delle Cronache del Salernitano di domenica 11 gennaio.

Il nome della lettura che ha accompagnato questo pezzo era “Dieci personaggi in cerca di una pensilina“: questo perché chi scrive sulla periferia sa che la pensilina è il punto di partenza per arrivare al centro. Forse il concetto, simbolicamente, ci può aiutare ad arrivare al punto della questione su come “abitare le città” e sul nostro vivere comune. Buona lettura!

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La periferia con i suoi schiamazzi, i suoi urli, i suoi santi e i suoi palazzi. Senti una bomba esplodere, gli operatori televisivi rincorrono il rimbombo fino alla radice, proviene dal porticato del palazzo, sono dei bimbi che anticipano il Natale con qualche minicicciolo. Non corro, è da tempo che conosco la regola delle periferie: non devi correre mai. Quando corri, scappi dalle uniche persone che ti possono proteggere, che vuoi proteggere, la tua famiglia, i tuoi amici, il tuo quartiere. In questo periodo, dove tutto sembra un reality show, potrebbero pure affiggere un cartello con su scritto: puoi spacciare, puoi delinquere ma non puoi correre. E già, perché da queste parti, dovete sapere che tutti possono delinquere ma nessuno può correre. Io, che sono qui solo di passaggio, o meglio, che sono qui solo per scrivere un articolo che in tanti hanno già scritto, queste regole le conosco e preferisco operare in modo diverso dagli operatori tivvù. Loro corrono, fanno i simpatici, dicono cose cordiali ma pensano bestemmie e sperano nel colpo grosso. Io preferisco vagare senza chiedere, discreto mi muovo fra le viscere di cemento, fra questi palazzoni grigi senza pietà in cui le persone mordono contro chi non ha forza.

Era un martedì pomeriggio quando decisi di andare a Tor Sapienza. Non dovevo fare nulla di particolare, volevo solo capire dove finiva la storia delle persone che dicevano basta e iniziava la storia del quartiere che cercava un po’ di attenzioni. Un po’ come la storia di quel ragazzo che a scuola non andava né bene né male oppure la storia di quella madre che sopportava i figli che solcavano le strade sbagliate, che scoprivano mondi e facevano errori.

Ero lì per pura curiosità. Ero alla ricerca di una croce, di una statua, di una scritta d’amore smesso in fretta su un palazzo costruito male. Ero lì, ero nel luogo di cui tutti parlavano e nulla sapevano. Nella periferia che aveva richiamato a sé il centro con violenza, con minacce, con rivolte, con spranghe, con mazze, con ghigni assuefatti dalla rabbia. Ero lì, dove tutti erano passati e nessuno aveva capito. C’era un palazzone lungo un chilometro, grigio, mal portato, brutto. Difronte c’era un palazzo nuovo, con finestre azzurre a specchio e mattoncini rosso scarlatto, sembrava disegnato da un bambino, in una piccola porzione di questo palazzo, c’era un bambino, c’era una madre, c’era un uomo.

Loro erano diversi, ma non sempre qualcuno può permettersi di essere diverso, lui lo sa, qui glielo abbiamo spiegato in svariati modi. I diversi, erano anche quelli del palazzone lungo e grigio che nessuno voleva più perché dicevano che un negro va educato quando scappa da una guerra. Dicono che lui nel suo paese non dice neppure buongiorno al suo vicino, anche se ha il fucile io penso che l’educazione venga al primo posto, quindi, le signore del quartiere hanno ragione, è abbastanza offensivo mancare di rispetto in questo modo. E poi mi dice un tipo eletto al municipio che in Africa sono tutti in guerra, non possiamo raccoglierli tutti e portarli in Italia. Quindi, io penso che chi educa il negro non sia adatto, loro sono troppo buoni, preferiscono mischiare le culture invece di educare l’una all’altra, l’una sopra l’altra. Io so che a casa mia, come dicono le signore, le regole le decido io.

Hanno ragione, lo spiegherò coi fatti.

Perché, mi diceva quella con la kefia che l’altro giorno ha festeggiato il compleanno di sua figlia con i figli dei negri, che l’altro giorno c’era un negro, dicono del Congo, sui 50, che poi questi a 50 anni sembrano uguali pure a chi ne ha 20, non saprei dirti, insomma, mi diceva che questo era ubriaco e che poi, a un certo punto, una ragazza mentre gli suonava il clacson appresso per intimargli di spostarsi, tentativo inutile perché lui era ubriaco, steso in terra, allora dicevo io: signora ma perché suonava se era ubriaco? E lei diceva: la ragazza suonava ancora perché era stanca di un quartiere malato e allora lui di tutta risposta sai che ha fatto? Ha tirato la birra sul parabrezza. Che paura!

Sembrava fosse una molotov e invece era una peroni.

Occhei, tutto risolto, la ragazza ha deciso di parcheggiare qualche metro più avanti, vicino ai trans, però, poi quando l’ha raccontato a casa, il fratello, che non era dei più simpatici ma di certo uno dei più rispettati in zona, che spacciava e voleva bene ai rom perché con loro si fanno gli affari meglio della droga e quindi stavano lì, nelle baracche, vicino la casa della signora, insomma il fratello decise di scendere giù e massacrare di botte l’ubriaco del Congo di 50 anni, lui, schifoso negro vigliacco, decide di correre via e di infilarsi nel centro di accoglienza e gli operatori, brutte zecche bastarde, lo hanno accolto e hanno chiamato pure l’ambulanza, che poi paghiamo noi, mi spiega la signora.

Poi il fratello della sorella, amico dei rom perché con loro si fanno gli affari meglio della droga, ha deciso che non se ne poteva più e così chiamò altri ragazzi, quelli bravi con la mano tesa del terzo millennio, e con questi organizzarono il corteo nella notte e lanciarono pietre e tutte le infamità del mondo contro il palazzo bello disegnato da un bambino. Con loro c’erano pure i vecchi, i baristi, i salumieri e i macellari. Tutti insieme cacciarono i rifugiati da via Giorgio Morandi.

Qualche tempo dopo qualcuno mi parlò di Giorgio Morandi, che non era il cantante, non aveva problemi coi musicisti di Liverpool e le sue periferie. Era solo un pittore, un imbianchino rumeno che di tanto in tanto faceva nature morte, perché la natura viva dal fruttarolo erano troppo costosa. Eppure il fruttarolo era negro. Ma non andava a trans, quelli erano gli italiani. Tu prova a prendere il pullman senza passare vicino i trans.

Ah e poi, il vero problema me l’ha detto il figlio della signora: il problema era che da quando lui era piccolo c’era una buca nel quartiere, sono passati vent’anni e quella buca è ancora lì, a inghiottire tutti quanti, che siano bianchi o negri, rom o stranieri.

Inghiotte tutti ed ha un volto bastardo, perché l’erba del vicino è sempre più negra.

Marco Mastrandrea

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