Oi ne'!

capitale periferia


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Scritti precari: “Precarietà ‘i mmiez a via”

Scritti precari è un esperimento dove quattro personaggi, con cultura e formazione diversa fra loro, scrivono di un tema in particolare: la precarietà.  Gli scritti precari provano ad “addomesticare la lingua per sfidare il Buio”. Qui il dialogo composto da Giuseppe Criscito, studente di Filosofia all’Università Salerno, ex coordinatore dell’Uds Salerno e Link Fisciano. Per Libera Campania insegna la legalità nelle scuole e nel tempo libero scrive dialoghi in napoletano sulla precarietà e la voglia di reddito per Oi ne’.

Il sipario si apre, lo spettatore vede l’Autore precario camminare per la città di Salerno senza fretta mentre pensa a un testo da scrivere per un convegno dedicato alla precarietà. Lungo il cammino, in un vicolo stretto non può sottrarsi al contatto umano, l’Autore precario incontra il Precario di Strada che incautamente gli chiede: “Uè, tutt’apposto?”

precarietà

Precario di Strada Uè, tutt’apposto?

Autore Precario Non lo so.

PdS Come non lo sai?

Ap Non ci penso più. Perché aggia pensà se domani non so manco che m’succer, se so cose bone o qualche tarantella che devo risolvere.

PdS E pure tieni ragione, e intanto continui, spendi il tempo alla ricerca, nella tensione, nel tentativo ‘e truvà  ‘na svolta, senza sapè quale è quella bona, e po’ tiemp nun ne tien cchiù.

Ap Eh… nun teng manc o tiemp ‘i penza, ‘i scriv sta cosa

PdS Cosa?

Ap Lascia perdere. Perché se non scegli, se vuoi fare chell ca t’ piac, pierd tiemp e salute, e t’ truov a fare tutt cos; qualunque cosa ti tenga impegnato. Ci vuless costanza.

PdS La costanza. Prima r’ avè costanza bisognerebbe capì che fare, esserne sicuro, non cambiare. U fatt’ è che di possibilità ce ne stanno n’infinità, simm liberi ‘i fa’ tutto quello che vogliamo, la libertà di scegliere e di comportarsi. E po’ le necessità, le cose che ti danno senso si perdono miezz a sto burdell e senza motivo tutto diventa bisogno, pur l’iphone addivent motivo di insoddisfazione.

Ap E mica chest è na cosa malament? C’hanno semp nsegnat accussì, c’enn semp fatt vrè che si vuò ess cocc’run ‘ea ten i cos. Mamma e papà nun tenevn nient, eppure stevn bbuon, erano felici.

PdS Ma che t’ n’ fott, tant c’ bvimm tutt cos!!!

Ap Eppo t’ n’ vai in bicicletta, e sulo spassiann pienz a ‘sti cos.

PdS Cosa??

Ap Lascia sta, alla fine siamo liberi di fare e di dire tutto ciò che vogliamo, ma nessuno ci riesce. Niscun riesc a decider’ cos c’ piacess fa pè campà e intanto quelli che si decidono non ci riescono.

PdS Eh! T’nimm na cert età! C’emma mov, vuless tant ten n’autonomia, di decidere su me stesso.

Ap Ma va va, ca stai ancor a cas cu mammà!

PdS E piens ca nun me ne vuless ascì? Comm aggia fa? Fatica nun ce ne sta! Cioè nu mes si, nu mes no, non abbastanza da potè campà ra sul’, senza ra conto a niscuno, ci dobbiamo scannare tra di noi pè pochi spicci, mica pè diventà milionari. E intanto ci raccontano che dobbiamo studià, che dobbiamo esse competitivi, che sul’ i miglior diventano qualcuno o qualcosa. Vulimm ric ca i’ non so bravo?

Ap Bravo! Tutti i giorni ci insegnano i nostri bisogni. Televisioni e internet ci dicono che l’unica cosa che conta, l’unica cosa che può darti senso è la rincorsa al cash. ‘Ea fa i sord pe ess felice. E’ na questione di reddito. Appunto il reddito, pretendono che ci adeguiamo allo stile di vita dell’apparente benessere, ma ci tagliano le gambe ad ogni passo che facciamo, a sto punto ci dessero i soldi per inizià a campà, per uscire dalle case, per costruirci nu futur, che copra i momenti di svilimento mentre da un lavoro all’altro stamm senza fa nient, è na pretesa che in passato non serviva, mo è nu bisogn.

PdS Si però poi ci sta la gente che si adagia se ci dai 600 € al mese senza fa niente.

Ap Ma non penso proprio caro mio, anzi, nessuno s’ facess chiù sfruttà, nessuno si farebbe trattare come la volpe che vuole l’uva, nessuno accetterebbe la mattanza della competizione che sfascia le relazioni, pecché ‘o sai, mors tua vita mea!

PdS Mah, a proposito tutto bene c’a vuagliona?

Ap Non lo so.

peppe

 Reddito bonus track:

E’ il 1991 quando un singolo di un gruppo di ragazzi ancora sconosciuti ma uniti nelle lotte gira nei centri sociali meridionali. Cosa chiedevano? Il Salario garantito!

nù pensier’ n’ossessione ma coccos’ sadda fà
te dic’ basta basta basta nun poss’ cchiù stà
ncopp’ ò 740 ì mammà e papà
ricattat’ ossessionat’ mantenut’ parassit’
ma ‘sta storia adda fernì vogl’ò salario garantit’

da Salario Garantito dei 99 posse

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Scritti precari: “Alla Ricerca della Primavera”

Scritti precari è un esperimento dove quattro personaggi, con cultura e formazione diversa fra loro, scrivono di un tema in particolare: la precarietà.  Gli scritti precari provano ad “addomesticare la lingua per sfidare il Buio”. Qui i versi di Gian Luca Sapere, studente di Editoria e Pubblicistica all’Università Salerno. Qui l’autore procede da Atene fino al sogno arabo per ritrovare la primavera da conquistare.

Un desiderio di rinascita, la necessità di riscrivere la fuga dal Medioevo e aprire nuovi varchi oltre gli stretti perimetri della crisi economica, sociale, politica, umana. L’attesa della primavera è vana, questa sboccia solo quando è frutto di conquista. Perché l’inverno ha da finire e se non finisce e se la primavera non sboccia allora “conquistiamola, ‘sta primavera”.

Presente bussa alla porta,
vende al dettaglio vie di uscita,
al crollo delle sue leggi di mercato.
Lo lascio attendere:
mentre mi ritrovo a giocare a dadi con la mia angoscia,
attorno ad uno specchio di oppio e cenere.
L’inverno cola dalle tegole, trovando linfa nuova dagli errori della città.
Echi lontani miglia cercano la primavera:
è vana la sua attesa,
sboccia solo quando è frutto di conquista.
L’ho sentita ruggire nel risveglio di Atene,
come un effetto domino partorire il sogno arabo.
La primavera è rivoluzione: un j’accuse all’immobilità di questa fila indiana,
saziata da distillati di placebo e briciole di compassione.
Ora chiudo gli occhi,
la mia coscienza apre finestre dentro,
bloccate dal gelo ormai da tempo:
fuori vedo un altro me,
un guerriero che cavalca le proprie utopie
verso la genesi di un nuovo solstizio.


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Scritti precari: “Compagna corda”

Scritti precari è un esperimento dove quattro personaggi, con cultura e formazione diversa fra loro, scrivono di un tema in particolare: la precarietà.  Gli scritti precari provano ad “addomesticare la lingua per sfidare il Buio”. Qui il testo di Salvatore Tancovi, napoletano, studia a Salerno ed è stato “CrocifissoInvano”.

Io spero che mi capiate, perché farsi capire è la necessità di chi compie il gesto estremo.

Bilico, l’acrobata muoveva i primi tre passi, svelto nel movimento, fisso con lo sguardo mai rivolto al suolo, plastico nella muscolatura tesa di gambe scolpite; un piede avanti, la punta a fissare l’obiettivo, un piede dietro, a preservare tutta la stabilità che serve per scherzare con il vuoto. Bilico.

Io spero che voi mi capiate, continuava a ripetersi ininterrottamente mentre aggiungeva passi a passi con una corda un po’ amica un po’ autostrada, quelle a luci spente che percorri sempre con l’intima speranza della compagnia di un autogrill illuminato a stella cadente. D’altronde la scia delle stelle è solo l’ultimo sussulto di una vita finita migliaia di anni prima, osservata dal piccolo essere umano a distanza siderale.

La stessa lontananza che sente ora lui, in equilibrio precario, da chi lo osserva col culo poggiato alla poltrona, inchiodati come gli alberi nella terra, un po’ straniti un po’ col fiato sospeso, tanto indifferenti alla vita come alla morte di quell’anima vestita di paillette che arranca 20 metri sulle loro teste; perché nel rischio c’è sempre qualcosa che attrae viscerale, ma la sicurezza che non sia tu a correrlo detta la distanza che ti separa dal non essere più vile.

Io spero che voi possiate capirmi. Quattro passi dopo, lunghi una manciata di pop corn masticati svogliatamente, lì sulla corda pronto ad essere stella cadente, capisce che nessuno lo ascolta ma si accontenta di sapere che quelli lì in basso possano (o possono) farlo, e forse è meglio che la potenza non si trasformi in atto, sapere di ricevere vera attenzione potrebbe sbilanciarlo.

Dove sei terra ferma? Precario, da prex, preghiera. Ottenere attraverso una preghiera, essere lì, sulla cima della montagna dei silenzi del mondo, fare un passo avanti, piccolo-insignificante-incerto, e dover dire pure “grazie per avermelo permesso”. Precario è l’equilibrio prima di cadere, su una gamba a ginocchio tremolante, braccia all’aria che cercano appigli invisibili, smorfie sconnesse di attimi elementari.

È questo che siamo noi? Noi acrobati? La verità è che la possibilità di cadere non si è mai profilata, siamo cresciuti in tendoni tra sabbia e odore di cammello, allevati da madri domatrici e padri pagliacci, conosciamo solo l’aria sotto i piedi. Siamo atavici ritardatari cronici, con polmoni rachitici e letti pieni di cimici. Non stiamo per inciampare, siamo nati inciampando, siamo l’attimo di sospensione prima del suolo, ma non sappiamo se fa male.  Facciamo finta che la vita sia normale, che l’impatto non esista, che forse abbiamo ali nascoste tra le scapole. Precari, la stabilità in fondo fa paura, senza saper scendere c’è rimasto solo l’odio per i culi impoltronati. Dove sei terra ferma? Non ti voglio più, non ti voglio ora.

Fermo, non muove passi e resta qualche minuto fissando il pubblico con gli occhi nocciola incorniciati dal mascara, un po’ pagliaccio un po’ zingaro. L’aria teatrale, occhi a me, un talento per le sceneggiate, dicevano di lui. Abbassa la calzamaglia paillettata, sospeso insieme al pene sempre a 20 metri, piscia verso il basso, in un secondo lungo un significato, un filo che lo collega alla terra, manda avanti la peggior parte di sé per sapere sé cadere fa male.

E partono gli insulti tra la folla: ”Animale scendi” – “Non lo vedi che ci sono dei bambini?” – le piccole piangono alla vista del corpo estraneo, i bimbi piangono perché sanno che finché l’uomo non va via non entreranno gli animali. Ed eccola che arriva l’aria di follia, le parole sconnesse degli uomini rabbiosi, quelli che interrompono il silenzio del mondo sordo coprendolo di grida perché non vogliono essere ascoltati. Un calviniano barone, dall’aria poco regale e poco rampante, però senza voglia di scendere dagli alberi come dalle corde, dice: “ Noi acrobati, sulla corda della vita, disposti a barcollare pur di non cadere. Coprite gli occhi ai vostri figli, voltate la faccia; io continuerò a stare qui, alle vostre spalle, pisciando nell’orinatoio delle nostre vite.

Restò lì fermo, 50 secondi o forse una vita. Sul tetto del ben pensare mondano e senza sapere cosa sia un divano.

 


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Scritti precari: “Se faccio un figlio lo chiamo Precario”

Scritti precari è un esperimento dove quattro personaggi, con cultura e formazione diversa fra loro, scrivono di un tema in particolare: la precarietà.  Gli scritti precari provano ad “addomesticare la lingua per sfidare il Buio”. Qui il testo di Felice Rubino, poeta irpino e autore del blog “Un titolo serio”.

Allora, metto un piede su quel ramo, l’altro lo appoggio su quello spuntone, il ginocchio contro il tronco, adesso ho le mani libere posso lavorare liberamente, per trenta secondi, finché la pianta del piede destro inizia a farmi male, o cado. Cambio posizione, sempre in bilico, finisco di potare quest’ulivo, scendo a terra, quattro passi nel fango e risalgo su un altro albero. Precario, mantenuto da piccole porzioni di suola su esili rami, si fa presto a dimenticare il piacere di avere le piante dei piedi ben salde a terra. Poco resisto a continuare questa mansione agricola, il fastidio dell’insicurezza perenne mi porta a desiderare di smettere presto; cerco altro da fare.

Lavoro salariato, lavoro creativo, lavoro a cottimo, lavoro in nero, speculazione finanziaria, niente ha a che vedere con la certezza di due piedi ben saldi a terra. La sicurezza non ci appartiene più. Libertà ci vendono a caro prezzo: flessibilità, tempo libero, infinite scelte di disoccupazione; paghiamo la loro idea di libertà con la capacità di autodeterminarci.

Precario è l’iper-istruito dottore magistrale masterizzato ingegner Lo Russo, che testa lampadine all’Ikea, precario è l’analfabeta Fabrizio che pulisce gli scoli dell’autostrada.

La nostra vita non vale un contratto a tempo indeterminato.

Costruiamo un futuro pieno di “e se…”, costretti a immaginare miriadi di conseguenze possibili, basate sulla quotazione della Juve vincente in casa, le quote latte del Casertano, il boom economico della Moldavia: -Bene se vendo un rene posso fare il regalo di compleanno a mia madre e forse settimana prossima mangio carne.

E poi tutto diventa precario, al pari di passare la propria esistenza a potare sempre lo stesso ulivo: affitti precari, autotrasporti pubblici precari, stagioni primaverili precarie, festività precarie, droghe precarie, anche i sentimenti diventano precari. Amicizie e amori che si fondano su basi pericolanti appoggiate a crisi d’ansia cicliche e male assortite, che si specchiano in altrettanti animi precari.

Mi riprometto di mettere la testa a posto ma il posto non c’è, o è già occupato.

Se faccio un figlio lo chiamo Precario, ma appunto se. Anche il desiderio cardine dell’esistenza della riproduzione viene meno: anche questo sono riusciti a toglierci.

Allora sai che faccio, ritorno a potare gli ulivi, a osservare per ore quei rami che vengono tagliati ma che si incastrano tra le fronde, che non vogliono cadere a terra per quanto tu possa scuoterli, precari ma resistenti, vivi.

felice rubino