Oi ne'!

capitale periferia

La bella città del “pare brutto” di Alfonso Gatto

Lascia un commento

Vi proponiamo un testo molto attuale, lo sguardo di un poeta, Alfonso Gatto, sulla città di Salerno e con la sua lucidità d’analisi si proietta verso il futuro mantenendo le radici nel passato; ché futuro non è abbattere il passato ma sviluppare le sue speranze. E il “pare brutto” cos’è? Immagine, borghese e centellinata dalla formalità. L’articolo è tratto da“Il Giornale del Mattino” del 22 maggio 1960 presente nel libro “Salerno di Gatto” della Plectica Editrice. Buona lettura.

Alfonso Gatto

Nei giorni scorsi, con una lettera pubblicata nella pagina salernitana di un quotidiano di Napoli, un avvocato ha chiesto l’abbattimento della bella facciata di case ottocentesche sulla vecchia passeggiata che un tempo si chiamava Corso Garibaldi e, con i suoi empori, con i suoi circoli, con le sue “bouvettes”, somigliava al secolo da cui aveva avuto nome e libertà.

L’avvocato, veramente, non ha chiesto di abbatterla: rivolto al sindaco si è domandato se è giusto che sopravviva. La città è tutta un cantiere edilizio di case a sette piani che vanno in cerca di suolo e anelano di mostrare al centro la propria dignità.

L’avvocato si è chiesto pubblicamente se il decoro della nuova Salerno sia compatibile con l’offesa di quelle vecchie case che gli stranieri guardano ancora. Lui, la risposta l’ha nel cuore, e sdegnosa.

Il corso ha perduto la sua stessa felicità d’un tempo. Senza le verande delle birrerie e dei caffè, senza la musica in villa ridotto il pubblico giardino a parcheggio di una ex casa del fascio diventata prefettura e questura, soltanto quelle case, quelle dimore bianche e verdi, spiccano nel proprio volume, descritte dalla grazia e dagli andirivieni delle piccole terrazze, dei ballatoi, dei balconi, delle logge aperte al sole e alla luce. Per la sua antica nobiltà, la passeggiata ricorda ancora la riviera di Chiaia e si salda con un senso vivo della vita, come un frontespizio, sulla grande città vecchia e medievale che le si chiude alle spalle.

Sempre gli avvocati s’arrendono al dovere di occuparsi delle cose che non sanno e che non fanno, dalla letteratura all’urbanistica: sempre mostrano di credere a quel bene pubblico che dà le ali agli interessi privati e li nasconde sotto gli occhi dell’opinione pubblica chiamata a rispondere. Un qualunque sensale potrebbe dire che quel suolo vale più delle case che lo occupano, ed è bene in vista di fronte ai pubblici uffici. Un terreno ideale per una “City”.

L’avvocato di Salerno sa di parlare a nome di una città che potrebbe scrivere sul suo gonfalone quel “pare brutto” che è intercalare di ogni meridionale sospeso tra il suo vero essere e la figura che egli rappresenta, tra l’economia familiare e la soggezione all’opinione ch’egli vuole avere di sé.

Il figlio trentenne di un piccolo impiegato non ha voluto studiare, non ha voluto lavorare, non è nulla, non sa far nulla. Ma “pare brutto”, ad esempio, ch’egli accetti un posto, di usciere, di bidello, di manovale che comporti la sua pubblica qualifica di usciere, di bidello, di manovale o che so io. Sembra che tutti siano occupati a guardarlo. Non “pare brutto” a lui e ai suoi vivere o farlo vivere d’apparenze, inoperoso, combinato appena nei panni della sua impacciata distinzione.

Foto del Centro Storico di Salerno, su gentile concessione dell'Archivio Storico di Salerno.

Foto del Centro Storico di Salerno, su gentile concessione dell’Archivio Storico di Salerno.

Tutto questo giustifica socialmente un’economia di apparenze, una politica di apparenze, in cui l’operaio qualificato, il lavoratore manuale, persino il tecnico, sono esposti a una caratterizzazione della propria competenza e del proprio lavoro in una società che sembra far solo onore alla disponibilità intellettuale di un paziente che persegua il lungo tirocinio di avere una definizione pubblica di tutto quello che non è, che non sa, che non fa. Tutto quello che non è, che non sa, che non fa, serve a qualcuno.

Laureato quasi a sua insaputa o bocciato, fallito, arreso davanti alle ultime prove della sua incapacità, “fortunato” l’uno, “sfortunato” l’altro, essi saranno solidali nell’attendere ancora la qualifica di un lavoro ideale che non significhi propriamente lavoro, ma impiego, velleità disponibile per distinzione per sé e di obbedienza all’ordine per cui l’iniziativa è sempre nelle mani dei privati che arricchiscono le pubbliche amministrazioni con i propri intermediari a cui hanno salvato la faccia.

E’ chiaro che non parlo dei veri studiosi e dei veri professionisti. Caratterizzati anch’essi, come i tecnici, dalla propria competenza e dal proprio lavoro: ma, rari, e fatti più visibili dalle proprie qualità sostanziali in una città a basso livello culturale e scolastico, essi non possono sottrarsi a quella economia di apparenze in cui viene a risolversi il conflitto del “bello” e del “brutto”, dell’ideale e del reale.

Debbono accettare il gioco, subìrlo, o emigrare.

Valersi di una clientela, procurarsela, mantenerla, significherà sottostare almeno alle variazioni di una borsa clandestina che gioca al rialzo le azioni del sottogoverno. Il rapporto non si risolverà mai in una domanda delle qualità di competenza, di tecnica, di dottrina, di onestà, di apostolato che un medico, un professore, un avvocato, può offrire, ma in quel lasciare intendere e capire di sé ch’egli permetterà ai suoi osservatori, nella immodestia di far gande quel ch’è soltanto indispensabile e doveroso, nell’arrendevolezza alla “comprensione”, che è un’intesa a cenni, un essere o un non essere complici del nemico che apre le braccia e sottolinea nell’”umano”, nel troppo umano, l’amara filosofia del possibile.

L’opinione è il raggiro stesso con cui tutto il bello, fondato sulla ragione, sull’intelligenza e sul valore degli uomini, “pare brutto” se resta solo, indifeso, sconfitto. L’egoismo, per essere l’arma stessa della propria disponibilità a una definizione che non venga dal merito, ma dal riconoscimento di un benservito, è un’assurda manifestazione di spirito familiare che annulla ogni verità sociale o la discredita. Se la vita privata si rappresenta pubblicamente nell’opinione che cerca di sé, al di qua di ogni coscienza dell’essere, la vita pubblica si risolve privatamente nell’autorità delle persone che rappresentano se stesse. Il povero che vive di miseria, il modesto che vive di modestia, lo studioso che vive di studi, il socialista che vive per i suoi ideali, il credente che vive per la sua fede, sono “incredibili”, non possibili, sino all’irrealtà.

Un città compatta che crede solo alla verosimiglianza ha l’iperbolico destino del suo “parere”. Vive nel paragone, credendo di toccar con mano la sua stessa evidenza e non s’accorge di astrarsi sempre più nelle similitudini che va cercando.

Ph. Andrea Marino

Ph. Andrea Marino

Per cento metri di strada tratteggiata dal neon di due cinema dirimpettai, di due bar e di qualche negozio in ghingheri, Salerno parla di una “piccola Broadway”. Per un lungomare illuminato a vapori verdi e spettrali scomoda chi sa quali incanti e nelle belle sere d’estate, belle veramente per dono di Dio e per freschezza di cielo e d’aria, tocca col naso il malodore di laguna che imputridisce nelle cloache aperte sul mare basso e insabbiato della riva. Parla di aree industriali, di porto, di nuovo stadio (l’area del vecchio servirà a nuove case e a nuovi grattacieli) e non pensa al suo misero ospedale da villaggio in cui durante la triste alluvione i feriti e i moribondi dormirono su brande di fortuna nei corridoi. Pensa di abbattere la sua via più bella e dignitosa lasciata dai vecchi nonni di buone lettere e guarda con occhio indifferente la casbah dei pescatori, i fondaci dedicati a Masaniello. Non ha trepidazione, non ha amore per le sue vecchie vie, per i vicoli mediterranei ove è scritta la sua lunga storia. Smarrita nella cronaca delle fortune e dei successi, vuole essere tutto; città industriale e città turistica, città di commerci e città di studi, città antica e città da Far West, città della natura e città dell’uomo, babele e Eden. Cerca sempre, fuori di sé e fuori dal Mezzogiorno il consenso d’essere quello che non è la città del parere, e dell’essere, la città degli ospiti che ne parlano bene.

Io non sono un ospite, anche se giungo inatteso in un suo albergo come il revisore gogoliano. Sono nato tra le sue vecchie case, al tempo ch’eravamo quarantamila o poco più. So quanta fatica costi liberare Salerno dalle mani degli avvocati che scrivono al sindaco e che si occupano delle cose che non sanno e che non fanno, so come sia difficile non tener conto del “pare brutto” con cui ogni mamma guarda trepidante dalla finestra il figlio inoperoso e ancora incerto nei panni ch’esce per la passeggiata e con le mani non toccherà mai un mestiere, ma la difficile penna degli uffici ove “l’avvocato” finirà con l’assicurarlo. So la pena e il dolore umiliato dei giovani che non rispondono ai cenni dei borsisti e alla “comprensione” del nemico: vedo la città-scommessa dei nuovi ricchi, gli operatori privati del danaro pubblico, i commercianti mimetizzati da industriali. Vorrei solo che per la sua realtà, per la sua proprietà d’essere, e non solo per trarre vantaggi, Salerno si sentisse nel Sud, nel povero Sud, alle soglie della sua stessa provincia povera. Vorrei vederle negli occhi la coscienza che non ha.

Ph. Andrea Marino

Ph. Andrea Marino

Annunci

Autore: Oi ne' Salerno

Oi ne’ è un grido. Ti sveglia, ti sollecita. Ti fa tornare coi piedi in terra e guardare al reale." "Oi ne’ – esperimenti provinciali” nasce dal ciclo di incontri “Cronache dal Sud”, esperienza campana iniziata nel novembre del 2013 e dedicata ad una serie di iniziative politiche, letterarie e musicali sulla questione meridionale. Lo scorso dicembre si è svolta la prima rassegna salernitana di due appuntamenti dal titolo “Salerno: esperimenti meridionali nella città del silenzio” nei quali gli “Scrittori a km 0” ed il gruppo musicale “Sparvieri” hanno condotto una maratona letteraria e musicale dai vicoli storici alla periferia della città. Il ciclo di incontri “Oi ne’ – Esperimenti provinciali” risponde a quel grido che sveglia e stimola la sperimentazione, il dialogo ed il racconto. È il richiamo che mette in circolo le intelligenze e le sensibilità a km zero.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...