Oi ne'!

capitale periferia


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Scritti precari: “Precarietà ‘i mmiez a via”

Scritti precari è un esperimento dove quattro personaggi, con cultura e formazione diversa fra loro, scrivono di un tema in particolare: la precarietà.  Gli scritti precari provano ad “addomesticare la lingua per sfidare il Buio”. Qui il dialogo composto da Giuseppe Criscito, studente di Filosofia all’Università Salerno, ex coordinatore dell’Uds Salerno e Link Fisciano. Per Libera Campania insegna la legalità nelle scuole e nel tempo libero scrive dialoghi in napoletano sulla precarietà e la voglia di reddito per Oi ne’.

Il sipario si apre, lo spettatore vede l’Autore precario camminare per la città di Salerno senza fretta mentre pensa a un testo da scrivere per un convegno dedicato alla precarietà. Lungo il cammino, in un vicolo stretto non può sottrarsi al contatto umano, l’Autore precario incontra il Precario di Strada che incautamente gli chiede: “Uè, tutt’apposto?”

precarietà

Precario di Strada Uè, tutt’apposto?

Autore Precario Non lo so.

PdS Come non lo sai?

Ap Non ci penso più. Perché aggia pensà se domani non so manco che m’succer, se so cose bone o qualche tarantella che devo risolvere.

PdS E pure tieni ragione, e intanto continui, spendi il tempo alla ricerca, nella tensione, nel tentativo ‘e truvà  ‘na svolta, senza sapè quale è quella bona, e po’ tiemp nun ne tien cchiù.

Ap Eh… nun teng manc o tiemp ‘i penza, ‘i scriv sta cosa

PdS Cosa?

Ap Lascia perdere. Perché se non scegli, se vuoi fare chell ca t’ piac, pierd tiemp e salute, e t’ truov a fare tutt cos; qualunque cosa ti tenga impegnato. Ci vuless costanza.

PdS La costanza. Prima r’ avè costanza bisognerebbe capì che fare, esserne sicuro, non cambiare. U fatt’ è che di possibilità ce ne stanno n’infinità, simm liberi ‘i fa’ tutto quello che vogliamo, la libertà di scegliere e di comportarsi. E po’ le necessità, le cose che ti danno senso si perdono miezz a sto burdell e senza motivo tutto diventa bisogno, pur l’iphone addivent motivo di insoddisfazione.

Ap E mica chest è na cosa malament? C’hanno semp nsegnat accussì, c’enn semp fatt vrè che si vuò ess cocc’run ‘ea ten i cos. Mamma e papà nun tenevn nient, eppure stevn bbuon, erano felici.

PdS Ma che t’ n’ fott, tant c’ bvimm tutt cos!!!

Ap Eppo t’ n’ vai in bicicletta, e sulo spassiann pienz a ‘sti cos.

PdS Cosa??

Ap Lascia sta, alla fine siamo liberi di fare e di dire tutto ciò che vogliamo, ma nessuno ci riesce. Niscun riesc a decider’ cos c’ piacess fa pè campà e intanto quelli che si decidono non ci riescono.

PdS Eh! T’nimm na cert età! C’emma mov, vuless tant ten n’autonomia, di decidere su me stesso.

Ap Ma va va, ca stai ancor a cas cu mammà!

PdS E piens ca nun me ne vuless ascì? Comm aggia fa? Fatica nun ce ne sta! Cioè nu mes si, nu mes no, non abbastanza da potè campà ra sul’, senza ra conto a niscuno, ci dobbiamo scannare tra di noi pè pochi spicci, mica pè diventà milionari. E intanto ci raccontano che dobbiamo studià, che dobbiamo esse competitivi, che sul’ i miglior diventano qualcuno o qualcosa. Vulimm ric ca i’ non so bravo?

Ap Bravo! Tutti i giorni ci insegnano i nostri bisogni. Televisioni e internet ci dicono che l’unica cosa che conta, l’unica cosa che può darti senso è la rincorsa al cash. ‘Ea fa i sord pe ess felice. E’ na questione di reddito. Appunto il reddito, pretendono che ci adeguiamo allo stile di vita dell’apparente benessere, ma ci tagliano le gambe ad ogni passo che facciamo, a sto punto ci dessero i soldi per inizià a campà, per uscire dalle case, per costruirci nu futur, che copra i momenti di svilimento mentre da un lavoro all’altro stamm senza fa nient, è na pretesa che in passato non serviva, mo è nu bisogn.

PdS Si però poi ci sta la gente che si adagia se ci dai 600 € al mese senza fa niente.

Ap Ma non penso proprio caro mio, anzi, nessuno s’ facess chiù sfruttà, nessuno si farebbe trattare come la volpe che vuole l’uva, nessuno accetterebbe la mattanza della competizione che sfascia le relazioni, pecché ‘o sai, mors tua vita mea!

PdS Mah, a proposito tutto bene c’a vuagliona?

Ap Non lo so.

peppe

 Reddito bonus track:

E’ il 1991 quando un singolo di un gruppo di ragazzi ancora sconosciuti ma uniti nelle lotte gira nei centri sociali meridionali. Cosa chiedevano? Il Salario garantito!

nù pensier’ n’ossessione ma coccos’ sadda fà
te dic’ basta basta basta nun poss’ cchiù stà
ncopp’ ò 740 ì mammà e papà
ricattat’ ossessionat’ mantenut’ parassit’
ma ‘sta storia adda fernì vogl’ò salario garantit’

da Salario Garantito dei 99 posse

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Scritti precari: “Alla Ricerca della Primavera”

Scritti precari è un esperimento dove quattro personaggi, con cultura e formazione diversa fra loro, scrivono di un tema in particolare: la precarietà.  Gli scritti precari provano ad “addomesticare la lingua per sfidare il Buio”. Qui i versi di Gian Luca Sapere, studente di Editoria e Pubblicistica all’Università Salerno. Qui l’autore procede da Atene fino al sogno arabo per ritrovare la primavera da conquistare.

Un desiderio di rinascita, la necessità di riscrivere la fuga dal Medioevo e aprire nuovi varchi oltre gli stretti perimetri della crisi economica, sociale, politica, umana. L’attesa della primavera è vana, questa sboccia solo quando è frutto di conquista. Perché l’inverno ha da finire e se non finisce e se la primavera non sboccia allora “conquistiamola, ‘sta primavera”.

Presente bussa alla porta,
vende al dettaglio vie di uscita,
al crollo delle sue leggi di mercato.
Lo lascio attendere:
mentre mi ritrovo a giocare a dadi con la mia angoscia,
attorno ad uno specchio di oppio e cenere.
L’inverno cola dalle tegole, trovando linfa nuova dagli errori della città.
Echi lontani miglia cercano la primavera:
è vana la sua attesa,
sboccia solo quando è frutto di conquista.
L’ho sentita ruggire nel risveglio di Atene,
come un effetto domino partorire il sogno arabo.
La primavera è rivoluzione: un j’accuse all’immobilità di questa fila indiana,
saziata da distillati di placebo e briciole di compassione.
Ora chiudo gli occhi,
la mia coscienza apre finestre dentro,
bloccate dal gelo ormai da tempo:
fuori vedo un altro me,
un guerriero che cavalca le proprie utopie
verso la genesi di un nuovo solstizio.


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Blog a km_0: parte 3 – Le colline, le stagioni e il retrobottega del viaggio

Blog a km_0 è una rassegna di autori legati alla scrittura web: attraverso i post, il blogger prende corpo e interagisce condividendo la sua opera con il pubblico. Qui i testi letti dai blog “Le colline periferiche”, “Le stagioni asfaltate”, “Arrière boutique” e “Viaggio al centro della spiritualità dell’uomo” in occasione della serata “Salerno, conquistiamola ‘sta primavera”.

Perché la festa non deve finire e non finirà

Esclusi nel guscio collinare delle terre rese fertili dalla lava ci si assopiva di entusiasmo. La festa che non deve finire e non finirà. Ancora un bicchiere, brindiamo alla salute dei menestrelli, dei retorici buffoni di periferia all’altare delle chiese mafiose, al potere delle regge dei latitanti, al gregge che non passa mai come questo treno, come le tue parole.

prosegui la lettura su “Le colline periferiche”

Le colline periferiche: un ponte in costruzione dal 2009, dove l’unico che partecipa ai lavori di manutenzione e di costruzione è –da lui stesso definito- un anonimo frammentista. Schizofrenico, ma dall’aspetto non si direbbe. Spunti di vita quotidiana, e suggerimenti soprattutto notturni. Un blog fuori dal mondo, fuori dal tempo, che viene alimentato solo a sole spento. Bianco e nero.

Posto un post

Ecco:
posto un post.
Ecco:
è già il post.
Apostoli
Baldracche
Sciagurati
: un posto, il posto dammi un po’ un po po un polo senza un po po’ sto un po’ un posto e avrai comunità regolamentate da norme comunitarie e non più sociali.
C’è differenza:
un po’.
Apocalissi
Apolidi
Apocrifi 
A po’ just a po un peau 
Il Po
un po’ di posta. 
Era un po’ che non vedevo il po po postino. Signor po-po-po-Post! no! Signor Postino! Dov’è (popopopo)stato?

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Le stagioni asfaltate: se cambiano i punti di vista cambia tutto: le strade, gli orizzonti, le stagioni, gli umori, i colori.  Da asfaltare c’è solo la poesia fino al mare dove sbatti nelle parole dolci come scogli.  Fluttuante fra grammatiche involontarie e barbe femminili da curare, fra gabbiani e molluschi posta post. Da sbirciare senza farsi notare.

Holi, Hare Krsna

Una processione di piedi scalzi e scuri si muoveva. Dal santuario illuminato di tramonto, giù per le scale avvinghiate alla parete rocciosa. Un sinuoso serpente arancione. Passi lenti e silenziosi, labbra serrate, occhi bassi. I tramonti indiani sono più lunghi di quelli occidentali. Nessun rumore, nessun tipo di indifferenza. Nessun tubo di scarico a dissolvere l’immagine del sole. Nella parte più bassa della città si raccoglievano gruppi di gente, che dal piazzale del santuario parevano formare macchie di colore intorno al tempio.

prosegui la lettura su Arrière boutique”

Benvenuti nel centro della spiritualità dell’uomo

Sono queste le parole che ogni intraprendente avventuriero sogna di udire, al termine di interminabili peripezie che lo hanno condotto nel luogo dove riceverà in dono i tesori rincorsi per tutta la sua vita. Si guarderà intorno, non crederà ai suoi occhi, scruterà ogni particolare nella speranza, ormai quasi totalmente perduta, che sia questa la volta buona. Pochi attimi di interminabile attesa. Poi il suono di una voce senza direzione, pacata, atona ma rassicurante, darà inizio ad un evento fuori da ogni immaginazione, agognato fin dall’alba dei secoli e mai accaduto.

prosegui sul tumblr di “Viaggio al centro della spiritualità dell’uomo”

Viaggio al centro della spiritualità dell’uomo: è un libro, è musica, è un saggio, un tema, un delirio, qualche appunto. Un western interiore in cui il sé affronta a duello l’artista e lo scienziato; il perenne duello tra razionalità e creatività si ripete in un linguaggio multicolore, umorale. Cazzotti pacifici.


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Blog a km_0: parte 2 – Conti a perdere – Rue de toi – 1900

Blog a km_0 è una rassegna di autori legati alla scrittura web: attraverso i post, il blogger prende corpo e interagisce condividendo la sua opera con il pubblico. Qui i testi letti dai blog Conti a Perdere, Rue de Toi e 1900 in occasione della serata “Salerno, conquistiamola ‘sta primavera”.

Sveltina: considerazioni in merito

Quando viaggi si dilata il tempo. Tempo per pensare, per riflettere, tornare indietro. È passato un minuto e per me sono ore, mezz’ore. Non so. Tutto quello che ho vissuto torna indietro e si ingigantisce finché il cuore rinvigorisce in una scena. Gli abbracci e i baci ricevuti e che avrei dato! Tutte le parole che non ho detto. Mi eccitano pensieri discordanti di mani che cercano e non trovano, dita sporche di un rossetto fuoco come l’ardore del tuo animo. Chiudo gli occhi, lascio andare il ricordo.

prosegui la lettura dal blog “Conti a perdere”

Conti a perdere: è un tracciato di storie, emozioni, sensazioni. Sono occhi instancabili di voyeur pronti a spogliare il mondo del superfluo. Sono ventidue anni di domande, è una continua ricerca di risposte. Da perdersi.

Foto tratta dal blog “Rue de Toi” di Giovanna Pentella

Asettica

Il fumo rimbombava nella sua camera da letto, come nei suoi occhi che avevano preso colore. Spense la sigaretta nel portacandele bruciandosi un dito nel cercare di rendere polvere tutte le ceneri delle innumerevoli sigarette straziate quella sera.
La stanza era rumorosamente vuota, bianco e legno, come aveva sempre voluto. Asettico, per evitare che i colori compromettessero le sue storie tanto da farle sembrare tutte uguali.

prosegui la lettura dal blog “Rue de toi”

Rue de toi: ogni post è paese. Le immagini e le parole combaciano nel viaggio che prova a rimpicciolire il mondo in un blog. Un google maps di storie per una globalizzazione dai volti e i colori umani. Un viaggio virtuale con la sigaretta sempre accesa. L’iride è un oceano di storie.

L’ultimo fiore

Ripeti una parola, la ripeti per molte volte e poi non ha più senso. E’ successo a tutti da bambini e la mia prima volta è stata davanti ad un semaforo e lì la parola gonna per qualche minuto non ebbe più senso. La ripetei tantissime volte senza farlo apposta ed è questo che cambia tutto il non farlo apposta, perché se ti ci metti d’impegno non ci riesci. Qualcuno disse che così capita anche con la vita, la ripeti milioni di volte, milioni di volte giri la chiave della tua serratura e giù alle scale non ricordi se l’hai fatto davvero oppure è solo il ricordo dell’abitudine e allora risali le scale per vedere se le chiavi le hai girate ieri, l’altro ieri oppure se l hai fatto anche oggi. Il punto è che le parole hanno lo stesso sapore della vita ed è forse per questo che ce ne hanno data solo una se no alla seconda non avrebbe più senso andare a vedere se hai davvero chiuso la porta a chiave.

prosegui la lettura dal blog 1900

1900: una penna fredda che stenta a riscaldarsi, e che poi si scioglie in un vortice di parole. I post cadono dalle onde in un blog che prende forma quando le mani si liberano dai denti. Sirena bianca.


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Blog a km_0: parte 1 – Il disagio

Blog a km_0 è una rassegna di autori legati alla scrittura web: attraverso i post, il blogger prende corpo e interagisce condividendo la sua opera con il pubblico. Qui i testi letti dal blog collettivo “Il disagio” in occasione della serata “Salerno, conquistiamola ‘sta primavera”.

il disagio: un’iniziativa di cinque ragazzi di Salerno che hanno utilizzato il termine “disagio” per sottolinearne proprio l’abuso nelle strade della città. Quando scrivono usano pseudonimi, sono diversi, e probabilmente un giorno litigheranno a causa della stessa ragazza. Si sono messi in gioco perché a loro, ragazzi di provincia, piace fare esperimenti.

Nessun vinto, nessun vincitore

Nessun vinto, nessun vincitore.
Qui a Salerno l’umanità si consuma in vario modo
ed in una città gretta ogni essere umano lascia un ombra sull’asfalto.
Qui c’è chi beve per dimenticare
o perché assetato e voglioso di lasciarsi stordire,
c’è chi fuma con gli amici
o da solo come chi soffre come un cane,
c’è chi vive da signore o da barbone,
c’è chi vola dal balcone (…)

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L’autore dei versi è Mattia De Angelis, o meglio da Codadilupo, per chi lo conosce già grazie a “il disagio”. Per chi invece non lo conoscesse, è il diciottenne più semplice del mondo, che quando poggia la penna sul foglio si perde nel tramonto della poesia. E’ difficile che ceda con facilità alla prosa. Abita a Salerno, nel quartiere di Pastena, ed è rappresentante del Liceo Alfano I.

I morti ci han creduto

Quella mattina, il grosso e saggio professore di filosofia che teneva compagnia all’alba del mio giorno di lotta me lo aveva detto: “Provo una sincera pena per voi, ma una pena gioiosa: perché è un percorso d’entusiasmo e delusione che anche noi abbiamo fatto.” Con il megafono già che si rigirava tra le mani, gli occhi ancora pieni di sonno, lo stomaco perennemente in subbuglio, ascoltavo quel decantare dei grandi tempi del ’68, della caduta degli ideali, della nostalgia delle vere piazze e degli ambigui consigli sull’ascoltare, il fidarsi, di chi ci è intorno e cerca di starci sopra.

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Marco (Kage) Calabrese, anche lui rappresentante di un liceo salernitano, stavolta si tratta del Liceo Scientifico F.Severi. Kage è un ragazzo pieno di ideali, sogni e capelli. E’ la scossa politicizzante del collettivo giovanile de’ “il disagio”. E’ quello che mantiene il megafono, con il cappellino dai colori jamaicani, e guida i nostri cortei sul web.

Foto di Carmen De Martino (Ottobre 2013)

 

Essere giovani dieci anni dopo

Com’è possibile odiare i propri coetanei? Non condividerne lo stile di vita, l’arrivismo? E poi giocare con le età, mischiarle in un posto chiuso e metterci musica. È inevitabile che qualcuno limoni al buio e poi nel cesso provi a scroccare un pompino alla prima che ci sta. Ho nostalgia dei ragazzi sotto i portici di casa di mia nonna. Avrò avuto dieci anni quando una sera vidi scendere mio nonno a cazziare i tipi che facevano casino. Pensare che ora sono come loro, solo che non ho un portico in cui stare e non ci sono anziani scassa cazzo nei posti che frequento. Inoltre si fuma di più, le droghe poi sono più accessibili come la roba da bere.

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Valerio Prisco (Ubik), ventunenne. Possiamo definirlo il proprietario della stanza nella quale è nata l’iniziativa de’ “il disagio”.
Ha rubato questo testo dal suo blog privato “L’infelice”: qualcosa tenuto segregato dentro per troppo tempo, che ha spinto talmente tanto, da riuscire a rompere quello scudo di discrezione e intimità tra l’autore e la propria vita. Un blog costituito di pillole adolescenziali e introspezioni di un post-ragazzo.

Ma allora si fa sul serio?

Stacco il contatore di tutto il paese, mi siedo e la sedia da regista fa rumore. Scricchiola. Va in contrasto col pavimento come quando le nuvole picchiano il sole, e lui picchia su di noi.
Le soddisfazioni sono piaceri precari -come gli altri del resto- che ci lucidano le scarpe, ci lavano i denti, con tanto di risciacquo con il collutorio, ci stirano la nostra camicia preferita, e ci mantengono alte (quasi perpendicolari) le due estremità delle nostre labbra. Sono un cretino, volevo dire che ci fanno sorridere, ma non sono stato abbastanza bravo nel disegnarlo con le parole.

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Pierfrancesco Mari (17 anni), qualcuno a cui piace etichettarsi paranoico in un viaggio strano. Ha trovato anche lui il testo letto per “Oi né” nel suo blog personale, “Novelle autunnali”: uno zibaldone a cui piacciono le metafore e i giochi di parole. Uno scrigno personale, ritrovato dopo 18 anni di tempeste e di mari calmi: come una domenica mattina. Destinato a chi ha voglia di guardare il mondo sotto una giornata di pioggia, osservandolo con la coda dell’occhio. Orologio liquido.
Ah, ne’ “il disagio” si fa chiamare Pierframes.

grafiche anonime @audry trivisone

  “Oi ne’ è un grido. Ti sveglia, ti sollecita. Ti fa tornare coi piedi in terra e guardare al reale.”


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Scritti precari: “Compagna corda”

Scritti precari è un esperimento dove quattro personaggi, con cultura e formazione diversa fra loro, scrivono di un tema in particolare: la precarietà.  Gli scritti precari provano ad “addomesticare la lingua per sfidare il Buio”. Qui il testo di Salvatore Tancovi, napoletano, studia a Salerno ed è stato “CrocifissoInvano”.

Io spero che mi capiate, perché farsi capire è la necessità di chi compie il gesto estremo.

Bilico, l’acrobata muoveva i primi tre passi, svelto nel movimento, fisso con lo sguardo mai rivolto al suolo, plastico nella muscolatura tesa di gambe scolpite; un piede avanti, la punta a fissare l’obiettivo, un piede dietro, a preservare tutta la stabilità che serve per scherzare con il vuoto. Bilico.

Io spero che voi mi capiate, continuava a ripetersi ininterrottamente mentre aggiungeva passi a passi con una corda un po’ amica un po’ autostrada, quelle a luci spente che percorri sempre con l’intima speranza della compagnia di un autogrill illuminato a stella cadente. D’altronde la scia delle stelle è solo l’ultimo sussulto di una vita finita migliaia di anni prima, osservata dal piccolo essere umano a distanza siderale.

La stessa lontananza che sente ora lui, in equilibrio precario, da chi lo osserva col culo poggiato alla poltrona, inchiodati come gli alberi nella terra, un po’ straniti un po’ col fiato sospeso, tanto indifferenti alla vita come alla morte di quell’anima vestita di paillette che arranca 20 metri sulle loro teste; perché nel rischio c’è sempre qualcosa che attrae viscerale, ma la sicurezza che non sia tu a correrlo detta la distanza che ti separa dal non essere più vile.

Io spero che voi possiate capirmi. Quattro passi dopo, lunghi una manciata di pop corn masticati svogliatamente, lì sulla corda pronto ad essere stella cadente, capisce che nessuno lo ascolta ma si accontenta di sapere che quelli lì in basso possano (o possono) farlo, e forse è meglio che la potenza non si trasformi in atto, sapere di ricevere vera attenzione potrebbe sbilanciarlo.

Dove sei terra ferma? Precario, da prex, preghiera. Ottenere attraverso una preghiera, essere lì, sulla cima della montagna dei silenzi del mondo, fare un passo avanti, piccolo-insignificante-incerto, e dover dire pure “grazie per avermelo permesso”. Precario è l’equilibrio prima di cadere, su una gamba a ginocchio tremolante, braccia all’aria che cercano appigli invisibili, smorfie sconnesse di attimi elementari.

È questo che siamo noi? Noi acrobati? La verità è che la possibilità di cadere non si è mai profilata, siamo cresciuti in tendoni tra sabbia e odore di cammello, allevati da madri domatrici e padri pagliacci, conosciamo solo l’aria sotto i piedi. Siamo atavici ritardatari cronici, con polmoni rachitici e letti pieni di cimici. Non stiamo per inciampare, siamo nati inciampando, siamo l’attimo di sospensione prima del suolo, ma non sappiamo se fa male.  Facciamo finta che la vita sia normale, che l’impatto non esista, che forse abbiamo ali nascoste tra le scapole. Precari, la stabilità in fondo fa paura, senza saper scendere c’è rimasto solo l’odio per i culi impoltronati. Dove sei terra ferma? Non ti voglio più, non ti voglio ora.

Fermo, non muove passi e resta qualche minuto fissando il pubblico con gli occhi nocciola incorniciati dal mascara, un po’ pagliaccio un po’ zingaro. L’aria teatrale, occhi a me, un talento per le sceneggiate, dicevano di lui. Abbassa la calzamaglia paillettata, sospeso insieme al pene sempre a 20 metri, piscia verso il basso, in un secondo lungo un significato, un filo che lo collega alla terra, manda avanti la peggior parte di sé per sapere sé cadere fa male.

E partono gli insulti tra la folla: ”Animale scendi” – “Non lo vedi che ci sono dei bambini?” – le piccole piangono alla vista del corpo estraneo, i bimbi piangono perché sanno che finché l’uomo non va via non entreranno gli animali. Ed eccola che arriva l’aria di follia, le parole sconnesse degli uomini rabbiosi, quelli che interrompono il silenzio del mondo sordo coprendolo di grida perché non vogliono essere ascoltati. Un calviniano barone, dall’aria poco regale e poco rampante, però senza voglia di scendere dagli alberi come dalle corde, dice: “ Noi acrobati, sulla corda della vita, disposti a barcollare pur di non cadere. Coprite gli occhi ai vostri figli, voltate la faccia; io continuerò a stare qui, alle vostre spalle, pisciando nell’orinatoio delle nostre vite.

Restò lì fermo, 50 secondi o forse una vita. Sul tetto del ben pensare mondano e senza sapere cosa sia un divano.

 


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Scritti precari: “Se faccio un figlio lo chiamo Precario”

Scritti precari è un esperimento dove quattro personaggi, con cultura e formazione diversa fra loro, scrivono di un tema in particolare: la precarietà.  Gli scritti precari provano ad “addomesticare la lingua per sfidare il Buio”. Qui il testo di Felice Rubino, poeta irpino e autore del blog “Un titolo serio”.

Allora, metto un piede su quel ramo, l’altro lo appoggio su quello spuntone, il ginocchio contro il tronco, adesso ho le mani libere posso lavorare liberamente, per trenta secondi, finché la pianta del piede destro inizia a farmi male, o cado. Cambio posizione, sempre in bilico, finisco di potare quest’ulivo, scendo a terra, quattro passi nel fango e risalgo su un altro albero. Precario, mantenuto da piccole porzioni di suola su esili rami, si fa presto a dimenticare il piacere di avere le piante dei piedi ben salde a terra. Poco resisto a continuare questa mansione agricola, il fastidio dell’insicurezza perenne mi porta a desiderare di smettere presto; cerco altro da fare.

Lavoro salariato, lavoro creativo, lavoro a cottimo, lavoro in nero, speculazione finanziaria, niente ha a che vedere con la certezza di due piedi ben saldi a terra. La sicurezza non ci appartiene più. Libertà ci vendono a caro prezzo: flessibilità, tempo libero, infinite scelte di disoccupazione; paghiamo la loro idea di libertà con la capacità di autodeterminarci.

Precario è l’iper-istruito dottore magistrale masterizzato ingegner Lo Russo, che testa lampadine all’Ikea, precario è l’analfabeta Fabrizio che pulisce gli scoli dell’autostrada.

La nostra vita non vale un contratto a tempo indeterminato.

Costruiamo un futuro pieno di “e se…”, costretti a immaginare miriadi di conseguenze possibili, basate sulla quotazione della Juve vincente in casa, le quote latte del Casertano, il boom economico della Moldavia: -Bene se vendo un rene posso fare il regalo di compleanno a mia madre e forse settimana prossima mangio carne.

E poi tutto diventa precario, al pari di passare la propria esistenza a potare sempre lo stesso ulivo: affitti precari, autotrasporti pubblici precari, stagioni primaverili precarie, festività precarie, droghe precarie, anche i sentimenti diventano precari. Amicizie e amori che si fondano su basi pericolanti appoggiate a crisi d’ansia cicliche e male assortite, che si specchiano in altrettanti animi precari.

Mi riprometto di mettere la testa a posto ma il posto non c’è, o è già occupato.

Se faccio un figlio lo chiamo Precario, ma appunto se. Anche il desiderio cardine dell’esistenza della riproduzione viene meno: anche questo sono riusciti a toglierci.

Allora sai che faccio, ritorno a potare gli ulivi, a osservare per ore quei rami che vengono tagliati ma che si incastrano tra le fronde, che non vogliono cadere a terra per quanto tu possa scuoterli, precari ma resistenti, vivi.

felice rubino